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Lo Spi-Cgil di Bologna è una realtà sicuramente “pesante”, in primis dal punto dei vista dei numeri, ma anche perché Bologna è l’unica area metropolitana dell’Emilia-Romagna e una delle città simbolo dell’Italia che lavora, che innova, che scommette sul welfare. Abbiamo cercato di fare con Bruno Pizzica, per otto anni alla guida dello Spi-Cgil di Bologna, un ritratto e allo stesso tempo un bilancio del territorio bolognese.

“In questi anni abbiamo lavorato per essere un soggetto politico a tutto campo cercando di orientare in città la discussione sul tema degli anziani, per farla diventare se non una priorità assoluta sicuramente un punto di sensibilità diffuso.Difficoltà ne abbiamo avute, certamente. Prima tra tutte la carenza di risorse disponibili a consolidare e innovare il sistema dei servizi, cosi come avrebbero richiesto e richiedono le forti dinamiche sociali, demografiche e culturali che stanno imponendo cambiamenti sostanziali all’universo anziani. E che rendono più complesso sia esercitarne la rappresentanza sia definire un sistema di servizi che stia al passo con l’evoluzione dei bisogni. E per fortuna il grande impegno della Regione con l’istituzione del Fondo Regionale per la non autosufficienza, ha dato un contributo sostanziale e in totale controtendenza con le politiche del Governo Berlusconi che hanno tagliato l’80% dei fondi sociali.Sul piano dei risultati abbiamo scontato tutte le difficoltà oggettive che in questi anni hanno segnato l’intero sindacato, ma sicuramente oggi abbiamo una forza e un riconoscimento nelle relazioni negoziali con le istituzioni, ma anche nel rapporto con il mondo delle associazioni, del terzo settore, del volontariato che rappresenta un valore fondamentale".

La politica italiana è in crisi profonda e anche Bologna in questi anni ne ha viste, possiamo dirlo, di tutti i colori…

“La difficoltà della politica è un dato di fatto. E a Bologna abbiamo vissuto una situazione particolare. Siamo passati dalla giunta Cofferati alla breve e “disgraziata” vicenda Del Bono fino al commissariamento della città per un anno e mezzo.
C’è un disincanto generale rispetto alla politica che rischia di riflettersi anche sulla più generale rappresentanza sociale: c’è bisogno di una politica esercitata in modo corretto, positivo e che sappia rispondere ai bisogni della gente. In questo quadro lo Spi ha rappresentato un punto di tenuta. Non è stato semplice: la vicenda Del Bono ha colpito tutti in modo diretto e il successivo commissariamento ha cambiato le coordinate della politica cittadina. In questa tempesta noi abbiamo sempre cercato di attenerci al merito dei problemi delle persone, e in particolare degli anziani che vivono in città, cercando quindi di essere soggetti propositivi rispetto a difficoltà spesso inedite.
La politica cittadina ha subito per un lungo tratto una fase di vera e propria “vacatio” ed ha marcato (e mi pare continua a marcare ancora adesso, a quasi un anno dalla elezione della nuova Giunta) una difficoltà crescente a costituire il vero punto di riferimento per una città che di problemi ne ha: il sistema dei servizi che fa fatica a tenere, la vivibilità urbana (su cui devo dire che si sta lavorando con impegno), le trasformazioni che in qualche modo mettono in discussione lo stesso equilibrio sociale. Ci siamo confrontati con una fase di grande movimento in cui si può dire che siamo stati un punto “avanzato”, anche un po’ sperimentale dei rapporti con la politica, ovviamente e in particolare per i temi che ci riguardano più da vicino”.

A proposito di “esperimenti”, Bologna è ancora un modello, un laboratorio di idee?“

Per quanto ci riguarda abbiamo posto il tema del ripensamento del sistema dei servizi per gli anziani. Siamo all’interno di una dinamica che vede arretrare il sistema di welfare mentre i bisogni della popolazione anziana aumentano e qualitativamente si articolano in maniera diversa. Non è dunque tempo di “manutenzione ordinaria” del welfare, ma proprio adesso occorrerebbe una forte capacità di guardare avanti, costruire il sistema del futuro, innovare appunto.
Cito un’iniziativa a cui teniamo molto e cioè lo Statuto della fragilità. Parliamo di un ambito crescente in cui persone appunto “fragili” (soprattutto anziani) non sono in condizioni tali da dover essere prese in carico dai servizi ma subiscono difficoltà legate all’età, alle barriere architettoniche, alla solitudine, al reddito non sufficiente  e che esprimono la necessità di un livello di vita migliore.
Noi abbiamo proposto uno Statuto, un vero e proprio articolato dei diritti che le persone anziane fragili devono vedersi riconosciuti per essere cittadini a pieno titolo e di pari dignità. Abbiamo chiesto ai comuni, come una sorta di “provocazione” politica, di recepire con specifiche delibere questo Statuto: sarebbe un gesto simbolico ma straordinariamente significativo, per dire a quelle persone “ci stiamo accorgendo di voi, sappiamo che ci siete, anche se spesso siete invisibili”.  Purtroppo devo dire che il solo comune di Granarolo ha fino ad oggi proceduto, e forse anche questo è un segno di una certa “disattenzione” al tema.
Abbiamo consegnato la nostra proposta di “innovazione” alla città, presentandola in un convegno a cui sono intervenute attivamente Istituzioni, associazioni, cooperative… tutti quelli che lavorano sugli anziani. Tutti hanno riconosciuto l’importanza del mettersi insieme e tutti hanno riconosciuto che è la politica che deve riprendere il filo dell’iniziativa. Se la risposta delle istituzioni non sarà all’altezza della sfida, Bologna da laboratorio e da punto di riferimento rischia di diventare il suo contrario, il laboratorio dell’arretramento…”

Quali sono i problemi specifici della “metropoli” Bologna e dello Spi a operare in una grande città?

“C’è stato un processo che ha investito i cittadini bolognesi  e ne ha allentato il senso di appartenenza alla comunità. Era uno dei valori fondamentali, un valore aggiunto del far parte di Bologna, che rappresenta comunque una “diversità” nell’ambito delle medie e grandi città. Le cause sono tante compreso l’invecchiamento della popolazione per cui molte persone subiscono fenomeni di isolamento e appunto di fragilità (gli anziani ultra-80enni sono ormai 35mila, circa il 10% della popolazione). Bologna deve ritrovare i suoi valori migliori: la partecipazione, il sentirsi parte di una comunità, il rispetto delle regole, la solidarietà, la tolleranza.
Questo influisce anche sul nostro lavoro. Le difficoltà principali sul tesseramento le troviamo proprio nell’area urbana, dove è maggiore la crisi di identità della comunità.”

Anche il sindacato ha vissuto una stagione tormentata…

“L’ultimo dibattito congressuale è stato particolarmente difficile anche a Bologna, dove alla Camera del lavoro la mozione di maggioranza ha prevalso per pochi punti percentuali e solo grazie ai voti dello SPI : avesse prevalso l’altra mozione sarebbe avvenuto un fatto politico di valore assoluto, sia perché Bologna è la seconda camera del lavoro d’Italia come consistenza, ma anche per il valore simbolico della città che va al di là della sua dimensione. Noi abbiamo cercato di essere la parte “saggia” dell’organizzazione, abbiamo partecipato con grande franchezza e impegno alla discussione congressuale ma sempre ponendo la necessito di recuperare la capacità di stare insieme, di essere uniti, unico modo per rispondere alla sfida che ci è stata lanciata dal governo Berlusconi e in parte poi anche da questo Governo.
In questi otto anni non abbiamo mai mancato di marcare l’originalità e l’autonomia dello Spi in quanto categoria. Anche a Bologna c’è stata una discussione sulla “natura” dello Spi: una vera categoria sindacale o una sorta di aggregazione di interessi legata alla condizione delle persone anziane? Noi abbiamo reagito con la serenità di chi sa che lo Spi è una grande categoria, che svolge funzioni essenziali nel sindacato, come la contrattazione sociale, la tutela, l’accoglienza e la promozione sociale delle persone. La contrattazione sociale l’abbiamo in qualche modo inventata noi e oggi, nella provincia di Bologna, trattiamo con il 95% dei comuni, con l’Azienda Sanitaria, le Aziende di servizi....”

Sono giorni di cambiamento anche per lo Spi di Bologna…

“Il mio mandato scade nel corso del mese di aprile.  Io penso che  cambiare sia positivo e sono certo che il nuovo gruppo dirigente saprà determinare una nuova partenza rispetto ai temi che riguardano la nostra gente.
Abbiamo appena riportato la segreteria a cinque membri con l’inserimento di Valentino Minarelli, che viene dalla segreteria regionale degli edili, pensionato di fresco ma di grande esperienza sindacale: un inserimento che mira a rafforzare il livello di qualità politica del gruppo dirigente.
Ma mi piace sottolineare che in questi anni abbiamo rinnovato oltre i due terzi dei segretari di lega, abbiamo messo alla prova molti compagni e soprattutto molte compagne “giovani”, a volte anche senza esperienza sindacale. Abbiamo fatto molta attenzione alla rappresentanza di genere: siamo passati da 11 segretarie di lega su 50, a 22 su 50, quasi la metà. Un fatto non simbolico ma fortemente politico perché se guardo alle leghe che hanno avuto più capacità di misurarsi con l’innovazione sono quasi tutte dirette da una compagna. Il rinnovo del segretario generale rientra in questo processo di rinnovamento dello Spi e il “collettivo” di lavoro, dalla lega alla segreteria, faranno di questo cambio una nuova bella stagione per il nostro SPI”.

Il sito dello Spi-Cgil di Bologna

 

APPROFONDIMENTI

  • Obiettivo: donne La norma sulla parità applicata ovunque dai direttivi alle Leghe, una contrattazione di genere in continuo sviluppo, tempi non più solo a misura d’uomo. Come lo Spi di Bologna sta rivoluzionando il proprio lavoro a partire dalla partecipazione delle donne
  • Un'Italia più giusta È quella che si può costruire giorno per giorno lavorando per cambiare il nostro piccolo pezzo di mondo liberandolo dall’ingiustizia. Lo hanno fatto due leghe Spi bolognesi (non a caso entrambe su spinta delle donne) per i bambini stranieri e contro la violenza sulle donne
  • A casa non si torna Un documentario che affronta il tema del lavoro delle donne, in particolare quei tipi di lavoro che sono considerati generalmente “maschili”

 

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