Presso il Graf San Donato, per iniziativa di AFeVA Emilia Romagna e Associazione Graf San Donato, è stata presentata la nuova ristampa del libro di Noella Bardolesi “Silenzio non si deve sapere”. Forte l’emozione di Noella nella lettura di passi del suo libro dove si descrive la progressione della malattia di Loriano Genovesi, suo marito e lavoratore OGR (Officine Grandi Riparazioni di Bologna), colpito da mesotelioma e deceduto domenica 3 maggio 2009 per avere respirato la fibra di amianto durante il lavoro.

Grande e solidale partecipazione umana e politica del pubblico, toccato dalla vicenda umana e sociale della famiglia di Noella, che rappresenta le centinaia di vittime dell’amianto dell’OGR di Bologna. È stato l’intervento di Massimo Vaggi a collocare questa storia nelle vicende delle Officine Grandi Riparazioni, nella colpevole negazione del problema amianto da parte della struttura sanitaria delle Ferrovie dello Stato, che avrebbe dovuto proteggere i lavoratori, condannandoli invece alla morte. La difficile rincorsa alla giustizia, ancor oggi spesso negata, all’impossibilità per molte vittime dell’amianto, anche solo di poter pensare di chiederla… la giustizia.
Tante le domande, tanti gli interventi, ma tutti si pongono la domanda più importante: come mai oggi che tutti sanno tutto quello che c’è da sapere, ancora non c’è una decisa azione per allontanare dalle nostre vite tutto l’amianto presente nei luoghi della nostra vita?

Noella Bardolesi ha letto questo brano del libro che in parte riportiamo:

Racconta tu che hai vissuto la tragedia, tira fuori quello che hai dentro, racconta. E così è iniziata questa mia nuova esperienza delle emozioni scritte, delle righe piene di momenti di speranza, di dolori, di lutto. Ma anche di tanta solidarietà, di lotte per migliorare anche se di poco la dignità di un essere umano.
“Che rabbia, non è possibile, un’altra vittima!” esclama mio marito. Loriano una sera tornando dal lavoro mi racconta: “Sai, il killer invisibile ha colpito ancora”. Il killer invisibile, ebbene sì, l’amianto invisibile. Perché non si può vedere, sentire, toccare Da una vernice tossica si può cercare di stare il più lontano possibile, sentendone l’odore chimico. Ma l’amianto, no. C’era, c’è sempre stato, ma non lo sapevi. C’era chi invece l’aveva sempre saputo, ma… silenzio, non si deve sapere. Così non si informavano i lavoratori della pericolosità di questi materiali. Soltanto nel 1979 furono prese le prime misure protettive, ma solo a seguito dei tanti decessi di lavoratori e delle pressanti richieste dei sindacati e di alcuni lavoratori di cui faceva parte anche Loriano.
A novembre del 2006, Loriano non stava molto bene. Già da mesi aveva una strana tosse, il medico gli aveva già cambiato diversi antibiotici ma senza successo. Cercava anche di convincerlo a fare una radiografia, ma la paura del verdetto era tanta. E oggi capisco perché si rifiutava di farla, sapendo che a questo stadio non ci sarebbe stato niente da fare. Infatti i tempi di incubazione purtroppo si sono allungati, una volta si parlava di 22-25 anni, per Loriano ne erano trascorsi ben 32 dalla prima esposizione all’amianto negli anni Settanta. E quando ti scoppia dentro devi solo cercare di sopravvivere.
Nel 2007, poiché la situazione non migliorava, gli prescrisse anche una visita cardiologica. Il dottor Biagi notò subito che non era il cuore il problema ma bensì i polmoni e che era in corso un versamento pleurico con un’anemia in uno stato assai avanzato. Vista l’urgenza della patologia scrisse una lettera per mandarlo subito al Pronto soccorso del Sant’Orsola. Appena tornato a casa mi spiegò che doveva andare d’urgenza al pronto soccorso. Potevo percepire la sua ansia forse perché sapevamo entrambi che poteva essere l’inizio della fine. Allora chiamai un taxi e una volta saliti, nel silenzio carico di tanto timore, gli strinsi la mano. Una volta arrivati cominciarono per lui gli accertamenti, per me le ore di attesa nei corridoi dei rispettivi reparti. Poi dissero che doveva essere ricoverato al Padiglione 15, in oncologia. I giorni si susseguirono con controlli, radiografie, cambio del drenaggio, il tutto avvolto da un sentimento di impotenza verso quello che stava succedendo.
Questi 25 giorni di ospedale furono una tortura, anche se quello che ci aspettava sarebbe stato peggio. Una volta usciti dall’ospedale, l’equipe di pneumologia mandò subito Loriano al Day Hospital del Sant’Orsola, padiglione di oncologia medica, quinto piano. Quando senti quinto piano sai già che ti aspetta la seconda parte del calvario.
Lì gli fu confermata la diagnosi di mesotelioma pleurico, che è un tumore maligno che colpisce la pleura e gli organi addominali del peritoneo. Rappresenta il 15% dei tumori che colpiscono le persone affetti da asbestosi, da asbesto cioè amianto, che in greco vuol dire “perpetuo, inestinguibile”. Non riesco a esprimere quello che provammo a queste due parole: mesotelioma pleurico. Ma l’espressione di Loriano quella non potrò mai dimenticarla.
E così iniziò la terza parte del calvario al quinto piano. Un susseguirsi di prelievi settimanali, poi le chemio che duravano dalle 10 alle 17 . Lì ti iniettavano una sorta di arcobaleno liquido, con boccette di varie colorazioni. Una volta arrivati a casa cercavo con poche parole di spezzare questo silenzio di piombo. Vedrai, gli dicevo, questa battaglia la combatteremo insieme, gli daremo comunque filo da torcere al killer. Non mi ero però sentita di dire: ce la faremo. Entrambi sapevamo che sarebbe stata una pietosa bugia.
Dopo le prime quattro chemio ci fu un momento di pausa, ma non credete, la pausa fu dettata dalla necessità di subire anche 25 sedute di radioterapia al padiglione 30 della medicina nucleare. Si erano formate le metastasi, anche loro volevano fare la loro parte di distruzione.
Nel 2008 la situazione stava peggiorando anche a livello psicologico. Non ci sono parole per descrivere quello che una persona prova quando sa che non ce la farà. Ma Loriano cercava comunque di lottare. Tutti i giorni cercava di leggere il giornale, di scrivere fino a quando poteva articoli riguardanti la realtà del quartiere Savena, i problemi del nodo di Rastignano, l’inquinamento acustico e atmosferico, nonché la salvaguardia della collina. Quando qualcuno gli chiedeva: ma chi te lo fa fare? Rispondeva: lo faccio per mio figlio, per la sua generazione.

Il racconto di Noella va avanti per solo per qualche altra riga perché gli ultimi passaggi è impossibile leggerli in pubblico, troppa l’emozione.

Per acquistare una copia del libro ci si può rivolgere all’Associazione AFeVA Emilia-Romagna.

Per saperne di più: AFeVA Emilia-Romagna

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