Reggio Emilia, fine anni Sessanta. Due fabbriche occupano la memoria sindacale della città: la Landini e la Lombardini. Con Mauro Veneroni, oggi allo Spi reggiano, raccontiamo come è stato lavorare e vivere in fabbrica
di Marco Sotgiu
Landini e Lombardini: due realtà diverse, la prima di proprietà della multinazionale canadese Massey Ferguson (allora primo costruttore di trattori al mondo), la seconda di una famiglia di imprenditori.
Mauro Veneroni (oggi allo Spi-Cgil Reggio, dopo una vita passata in Cgil, nella Fiom, poi come responsabile di zone Cgil e come segretario organizzativo Spi) si ricorda giorno per giorno la vicenda assolutamente unica della “sua” fabbrica, la Landini appunto.
“Io sono di una generazione di mezzo, che ha conosciuto i partigiani e ha partecipato alle lotte sindacali del ’68. Nel 1969 sono stato licenziato da un’azienda artigiana per aver scioperato (allora non c’era l’art. 18) e poi sono stato assunto alla Landini. Lì ho scoperto il sindacato e la Fiom, che è sempre stata molto forte, arrivando a rappresentare circa la metà dei dipendenti (480 su 865)”.
E questo ha significato, ci racconta Mauro Veneroni, che i lavoratori sono stati per molti anni tutelati, riuscendo a vivere una situazione lavorativa serena, nonostante i passaggi storici, le crisi, il terrorismo (che in Landini non si è mai affacciato). “Era una fabbrica che potremmo dire politicizzata, perché dentro c’erano i sindacati, c’erano i partiti, si poteva discutere, si poteva leggere il giornale rispettando tempi e ritmi di lavorazione”. Tutti questi sono elementi di una realtà democratica, partecipata, che oggi è purtroppo offuscata dalla messa in discussione di tutti i diritti e dal costante attacco al sindacato.
“Uno degli accordi per noi più importanti, che l’azienda ha sempre cercato di cancellare senza riuscirci, era quello sull’orario di lavoro. In pratica concordavamo insieme i tempi e le pause e solo dopo l’accordo con il Consiglio di fabbrica si applicavano i cambiamenti. Ma con grande senso di responsabilità perché l’azienda non ha mai perso una commessa importante: l’interesse dell’azienda era anche quello dei lavoratori e al tempo stesso cercavamo di impedire che prevalesse solo la logica del profitto”.
Questa concertazione è stata particolarmente importante negli anni di crisi: “Agli inizi degli anni Novanta ci fu una crisi che colpì in particolare la nostra zona e la nostra azienda; finimmo per entrare a far parte del gruppo finanziario belga Eurobelge, che comprendeva sette-otto aziende, in gran parte in crisi. Noi, che eravamo un’azienda sana e con un buon prodotto da proporre, subimmo le difficoltà di Eurobelge: se hai una mano con un dito sano e le altre dita malate il rischio è che te la amputino. Ci comunicarono quindi che da 860 dipendenti saremmo scesi a 495. Eravamo nel gennaio 1991 e quello fu un anno drammatico. Passammo diverse notti a discutere in via Toschi, nella sede di Confindustria, e anche questa era una novità perché fino ad allora tutti gli accordi li avevamo fatti in azienda. Alla fine accettammo l’accordo di una cassa integrazione speciale e di una riduzione secca del personale. Ma nell’accordo era anche scritto che alla fine della crisi (o con l’acquisto da parte di un altro gruppo) i lavoratori sarebbero rientrati tutti. E così fu e questo fu l’orgoglio più grande di noi delegati. L’unica macchia era che gli impiegati sarebbero stati demansionati, avrebbero dovuto fare gli operai”.
Per Mauro Veneroni quel periodo fu particolarmente “formativo”, perché – come ci dice lui stesso – è nei momenti difficili che si impara di più. “Il meccanismo che usammo per farli rientrare fu questo: quando il commissario (perché la fabbrica era in amministrazione controllata) ci diceva che a seguito di una commessa importante era necessario fare straordinari, per esempio al sabato, io rispondevo di sì, anche se era una contraddizione fare straordinari con gli operai in cassa integrazione. Ma la contropartita era che venissero riassunte, diciamo, dieci persone. Tra il 1992 e il 1993 rispondemmo sempre alle richieste del mercato con l’entrata di lavoratori. Fummo in grado di farlo per la grande coesione dei lavoratori: quelli del ‘fine linea’ (che consentivano quindi l’uscita del prodotto finale) ascoltavano i delegati della Rsu, e facevano gli straordinari consentendo l’aumento della produzione solo quando avevamo contrattato il reingresso di altri lavoratori. Questo vuol dire che i lavoratori avevano fiducia del sindacato in un momento molto difficile”.
Ma serve la storia della Landini per capire come è stato possibile arrivare a questi risultati: “Parliamo di un’azienda importante che dopo il 25 luglio 1943 si era schierata attivamente contro la guerra. Durante la Resistenza gli operai mettevano la sabbia nei motori perché erano destinati a uso bellico, nell’aprile del 1945 smontarono e nascosero i mandrini dei torni per evitare che i fascisti e i tedeschi portassero i macchinari in Germania. Negli anni Cinquanta fu occupata dai lavoratori. Una fabbrica che aveva dentro di sé la storia partigiana dei suoi lavoratori. Una storia che io ho imparato dagli anziani, che mi è stata trasmessa da loro e che mi ha consentito di crescere politicamente e sindacalmente. E aggiungo che la storia della Landini è stata poco valorizzata dallo stesso sindacato reggiano rispetto ad altre realtà”.Negli anni 2000 a raccontare la Landini, ricorda ancora Mauro Veneroni, è stata una grande fotografa italiana, Paola Mattioli. “Venne in fabbrica a fotografare le persone e anche i macchinari, in maniera assolutamente geniale, riuscendo con le immagini a restituire quella atmosfera che noi vivevamo quotidianamente. La storia scritta, raccontata, era stata affidata a un giovane ricercatore americano, un ragazzo che veniva dall’Illinois. Lo portai a intervistare tutte le persone della fabbrica, dagli ingegneri agli operai.
Raccogliemmo tantissime testimonianze ma alla fine il lavoro si interruppe; forse da qualche parte quel materiale c’è ancora. Sarebbe stato importante raccontare quella storia raccolta mentre l’azienda era ancora così viva. Perché la Landini creò dirigenti sindacali, amministratori locali, cooperatori…”Domanda difficile, a cui forse non c’è una risposta se non molto complessa: cosa è cambiato da allora secondo Veneroni? “Una cosa posso dirla: c’erano dei grandi personaggi che avevano fatto la Resistenza, partigiani e comunisti, e che per noi erano affascinanti; loro ci hanno insegnato dei valori importanti, come quello di mettersi al servizio della comunità, in particolare dei lavoratori. Dopo è venuta una generazione che questi valori non li ha più e a cui nessuno li ha trasmessi. Provo a dirlo attraverso la mia esperienza: anch’io ho cercato di trasmettere valori, di parlare con i giovani (c’è stato un periodo in cui arrivavano dal sud tanti giovani con tanta voglia di lavorare), di coinvolgerli anche culturalmente. Ma ad un certo punto uno di loro, con cui avevo un ottimo rapporto personale, quando seppe che andavo a fare il funzionario Fiom mi disse: meno male, pensavo tu fossi un po’ stupido a rimanere sempre in fabbrica. Lì ho capito che il significato di impegnarsi per gli altri a scapito della propria vita professionale e personale aveva ormai assunto un valore differente”.
Erano arrivati gli anni dell’individualismo, del successo personale: “Prima eravamo compagni, adesso, ci si chiama colleghi… e le parole hanno sempre un senso.”