Liliana Segre, deportata insieme a 775 altre ragazze ad Auschwitz all’età di 14 anni, numero di matricola 75190, senatrice a vita nel Senato della Repubblica Italiana, personaggio di grande rigore morale e impegno civile, è stata messa sotto scorta dalla Prefettura di Milano.
Al suo indirizzo arriva una media di 200 minacce al giorno, numero cresciuto dopo la costituzione della cosiddetta “Commissione Segre”, votata dal Senato senza il voto di Lega, Fratelli d’Italia, Forza Italia.

Una pagina nera, un passaggio ulteriore in quella deriva che sta trasportando il Paese e tanta parte dei suoi uomini e delle sue donne, verso sponde intrise di odio, rancore, cattiveria gratuita.

Una pagina nera che porta firme precise: politici che predicano intolleranza, coprono organizzazioni fasciste, fanno crescere paura e insicurezza, parlano di un Paese che non c’è, dicono “prima gli italiani”, dopo aver per anni lavorato per rompere lo Stato nazionale. E giornalisti che fanno strame del proprio lavoro, marionette al servizio di una causa fondata solo sul “nemico” da eliminare.

Salvini, l’ex ministro-capo della paura nazionale, ha commentato la vicenda Segre dicendo “ricevo tante minacce anch’io”, modo classico per glissare riducendo la credibilità dell’interlocutore; del resto in quanto ad arte dello svicolare Salvini non ha bisogno di niente e nessuno, come insegnano le vicende dei 49 milioni eclissati, dell’Hotel Metropole a Mosca, del “Savoini chi?”.

È questo il Paese che vogliamo?

Bologna, 7 novembre 2019