Editoriale di Raffaele Atti, segretario generale Spi-Cgil Emilia-Romagna
Stiamo entrando nella fase più intensa di una lunga campagna elettorale che porterà al voto nelle giornate dell’8 e 9 giugno per il Parlamento europeo, per la Regione Piemonte, e per il rinnovo di tante amministrazioni comunali anche della nostra Regione, tra cui importanti capoluoghi di provincia come Reggio Emilia, Modena, Ferrara, Forlì e Cesena, e 10 comuni con più di 25.000 abitanti.
Le elezioni regionali di Sardegna, Abruzzo e Basilicata hanno mostrato la tendenza a trasformare tutte le scadenze elettorali in test nazionali sull’orientamento di voto. Il rischio è che si perda di vista il valore della posta in gioco nella singola elezione. Il 9 giugno questa posta sarà importante sia nelle elezioni per il Parlamento Europeo, alle quali lo Spi dell’Emilia-Romagna ha dedicato uno specifico approfondimento (e Argentovivo ne ha dato conto nel numero di aprile), sia nel voto per le amministrazioni delle città. In entrambi i casi il voto avrà anche una ricaduta sul piano politico nazionale.
La nostra opinione è che sarà una ricaduta positiva in tutte le votazioni se emergerà il merito specifico di ogni votazione: che Europa vogliamo e che città vogliamo. Per noi la sfida è quella di invertire la tendenza all’astensionismo che colpisce anche gli anziani e i pensionati, con le nostre proposte per migliorare la vita delle persone anziane e per smascherare la demagogia delle destre che fanno leva sulle paure e le preoccupazioni che il contesto internazionale e la situazione sociale del nostro paese inducono proponendo politiche che penalizzano i più deboli, che contrappongono le persone, che fomentano lacerazioni sociali sempre più accentuate, e difendono gli interessi corporativi dei ceti più forti.
Un tema accomunerà la campagna per le Europee e quella per le amministrative nelle città: la questione della immigrazione, cavalcando la quale si cercherà di mettere in secondo piano il fatto che le difficoltà che incontrano le amministrazioni a rispondere alle tante domande di sicurezza che provengono dai cittadini e soprattutto dai più fragili, dipendono da scelte politiche nazionali: da politiche che tornano a tagliare i bilanci di Regioni e Comuni e che penalizzano la spesa sociale a partire da quella per la sanità, a politiche migratorie che incentivano la clandestinità, e impediscono di operare per favorire l’integrazione.
L’attacco alla capacità delle amministrazioni regionali e comunali di rispondere ai bisogni dei cittadini è un aspetto rivelatore di una vocazione centralistica e autoritaria della Destra al Governo. Lo si può leggere bene in alcuni provvedimenti: ad esempio la circolare con cui il ministro Salvini cerca di impedire al Comune di Bologna di determinare l’ampiezza della zona 30, che poi trova un riscontro in una riforma del codice della strada (criticatissimo da tante associazioni, ambientaliste ma non solo) che mira a porre sotto tutela l’autonomia delle Amministrazioni in materia di organizzazione della mobilità locale, di piste ciclabili, di limiti alla circolazione. Un centralismo solo in apparenza contraddittorio con la pretesa valorizzazione dell’autogoverno con cui viene presentata la proposta di dar corso alle autonomie regionali differenziate.
Come abbiamo giustamente denunciato insieme allo Spi della Campania nelle iniziative svolte a Salerno e a Ravenna nel 2023, autonomia differenziata e elezione diretta del premier scardinerebbero il carattere democratico della Repubblica Italiana nei suoi equilibri sociali e istituzionali, e a farne le spese sarebbero i lavoratori, i pensionati, i ceti più deboli e le istituzioni a loro più vicine, come sono i Comuni che sarebbero schiacciati dal doppio centralismo, di un premier padrone del Parlamento e di Presidenti di regione obbligati a tagliare la spesa sociale dalla riforma fiscale già avviata.
Ecco perché ci siamo indignati ma non stupiti che il Ministro dell’Interno abbia assunto l’abnorme decisione di istituire la commissione di accesso agli atti che apre la strada alla possibilità di sciogliere il Comune di Bari per infiltrazione mafiosa nonostante il riconoscimento esplicito che i magistrati hanno rivolto alla Giunta De Caro di aver fatto argine alle pressioni della malavita organizzata e di averla combattuta.
Ha avuto buon gioco Luciano Canfora a ricordare, dal palco della straordinaria manifestazione a difesa dell’Amministrazione della città che si è svolta a Bari il 23 marzo, che “un secolo fa le bande fasciste furono cacciate da Bari vecchia”, e che “l’assalto ai Comuni è una caratteristica del fascismo, quale che sia la faccia che assume”.
Al voto nei Comuni ci sarà dunque in palio anche un pezzo importante di democrazia del Paese: quella che ci garantisce Amministrazioni libere, Sindaci eletti per rispondere ai cittadini e non proconsoli nominati dal Governo come lo erano i Podestà.