di Marzia Dall’Aglio, segretaria Spi-Cgil regionale e responsabile coordinamento donne Spi-Cgil ER

Nel rapporto dell’ONU dell’agosto dell’anno scorso, passato quasi inosservato, era scritto, nero su bianco, che tra le vittime della pandemia poteva rientrare l’uguaglianza di genere. L’emergenza planetaria e la carenza di misure di protezione del lavoro femminile avrebbero potuto cancellare le conquiste ottenute dalle donne con decenni di lotte.
La disuguaglianza sociale, amplificata dalla pandemia, sta colpendo soprattutto le donne in termini di violenza subita, di aumento del carico di lavoro domestico e di fragilità occupazionale. Le donne che hanno perso il lavoro sono molte di più degli uomini che hanno subito la stessa sorte. Tutto questo aggrava una situazione planetaria già pesante prima della pandemia. Se il pianeta piange, l’Italia non ha alcun motivo per ridere. Il 75% di occupazione femminile che raccomanda l’Europa è lontanissimo; l’Italia, con un tasso di occupazione femminile che non arriva al 50% condivide l’ultimo posto della classifica con la Grecia. Qualche timido passo in avanti è stato compiuto con gli sgravi fiscali e i congedi di paternità ma non si è investito nei servizi di cura, che gravano sulle spalle della donna. Con un tasso di natalità tra i più bassi del mondo, in Italia la donna è spesso costretta a scegliere tra lavoro e maternità. Nel nostro Paese la cultura della parità di genere non è diffusa come sarebbe necessario nel sentire comune. Questo appare paradossale in un paese che vanta la migliore legislazione a tutela del lavoro e delle donne dei paesi industrializzati. La Costituzione, la legge 300, la 833 che garantisce il diritto universale alla salute, fondamentale nel contesto della pandemia, la 1204, la 194 per l’interruzione volontaria della gravidanza sono baluardi dei diritti delle donne da difendere strenuamente.
Se dal mercato del lavoro passiamo allo stato della convivenza quotidiana nella società constatiamo, con amarezza, che il gap di cultura della parità di genere diventa gap di civiltà. Il Presidente Mattarella non manca mai di ricordare che è la condizione delle donne che attesta il livello di civiltà di un paese. Il 29 gennaio il Procuratore Generale della Cassazione ha comunicato che in Italia diminuiscono gli omicidi “ordinari” ma non i femminicidi. I casi di violenza domestica, anche a causa della convivenza forzata, imposta dalle regole anti-Covid, sono aumentati a dismisura. In rete il sessismo e la misoginia imperversano tra i maschi, adulti, giovani e giovanissimi. L’odio per le donne e il sessismo sono presenti anche nel confronto politico accentuandone il degrado. Nessuno è in grado di indicare tempi certi per il superamento della pandemia ma il Sindacato deve preoccuparsi del dopo e attrezzarsi adeguatamente per affrontare i problemi che si troverà di fronte.
Primo fra questi, l’occupazione. Il blocco dei licenziamenti, conquista importantissima, non sarà eterno. Quando non sarà più possibile reiterarlo, il problema occupazione, senza la necessaria riforma degli ammortizzatori sociali che il Sindacato richiede, potrebbe esplodere con effetti devastanti per l’ordine pubblico e la convivenza civile. A differenza di quanto accadde nel 2008 l’Europa ha saputo trovare una linea comune per affrontare la crisi. Il Recovery Fund mette a disposizione una quantità di risorse mai vista nella storia dell’Unione. L’Italia non può sprecare l’occasione che le viene offerta dall’utilizzo del Recovery Fund. Per la Cgil il governo che verrà non potrà prescindere dal confronto con le parti sociali sull’utilizzo del Recovery Fund rivolto al sostegno dell’occupazione e dello sviluppo sostenibile. L’economia potrà ripartire compiutamente solo se verranno considerate, nelle scelte di spesa, le esigenze delle donne sia col sostegno all’occupazione femminile sia al potenziamento dello Stato Sociale.
In questa prospettiva si colloca la vertenza, aperta, unitariamente, dai sindacati dei pensionati per ottenere una legge quadro sulla non autosufficienza. Una legge di civiltà, attesa da anni, che potrà attenuare il peso della cura e dell’assistenza che ricade essenzialmente sulle donne e che è resa ancor più urgente dall’impatto, doloroso, che la pandemia ha avuto sulla popolazione più fragile a partire dagli anziani ricoverati nelle strutture pubbliche e private. Il confronto col Governo, con le Regioni e le Province autonome era partito col piede giusto ma è stato interrotto dalla crisi di Governo. Dal governo che verrà ci attendiamo il rispetto degli impegni assunti da chi l’ha preceduto. Sul territorio lo Spi dovrà proporsi come la sentinella che vigila sulla qualità della gestione della cosa pubblica e dei servizi dedicati alla persona. Questo dovrà comportare, sempre più, un maggiore coinvolgimento delle leghe nella contrattazione sociale territoriale. Lo Spi ha bisogno di donne a ogni livello dell’organizzazione.

Per ottenere risultati effettivi nel proselitismo femminile, oltre all’attività formativa adeguata, anche nello Spi e in generale in tutta l’organizzazione si rende necessario un salto di qualità nella cultura della parità di genere.