Con Danilo Barbi, già segretario regionale Cgil ER e adesso membro della segreteria nazionale, parliamo della grande campagna che nei prossimi mesi (e se sarà approvata nei prossimi anni) coinvolgerà tutto il sindacato, compresi i pensionati dello Spi.

Il gruppo dirigente della Cgil ha infatti deciso di utilizzare la consultazione straordinaria degli iscritti e delle iscritte non come in passato per “testare” un accordo, ma per lanciare una proposta di lungo periodo. Due sono le domande a cui dovremo rispondere: se come iscritti alla Cgil condividiamo la proposta di una Carta dei diritti universali del lavoro (in pratica uno Statuto dei lavoratori rafforzato e aggiornato); e poi se dare mandato al direttivo della Cgil di predisporre in via straordinaria, in coerenza con la Carta, i referendum abrogativi delle attuali norme che contraddicono i principi della Carta stessa.

“Vogliamo rispondere con la democrazia agli effetti della crisi – spiega Danilo Barbi – Per dire che la crisi si supera con l’allargamento dei diritti e che la ricetta finora utilizzata non funziona. Ma il ragionamento all’interno del quale si è deciso di fare questa consultazione straordinaria parte anche da una considerazione psicologica collettiva su un effetto della lunga e grave fase che ancora stiamo attraversando. Questa consultazione non vuol dire che il gruppo dirigente viene meno alle proprie responsabilità. Ma per contrastare questi effetti della crisi pensiamo che sia necessario dare il senso alla base del sindacato che è lei a decidere, in modo democratico, una grande campagna democratica”.

“È una sorta di azzardo responsabile: proporre la democrazia come antidoto alla crisi. Perché sappiamo che tra gli effetti negativi della crisi ci sono la frammentazione e l’individualizzazione”.

Quindi anzitutto bisogna superare la paura e il senso di impotenza sia dei lavoratori che dei pensionati?

“Ci sono meccanismi che attraversano anche il corpo sociale della Cgil, dai precari ai lavoratori fino ai pensionati. La gente ha oggi paure che prima neanche si pensava potessero essere possibili: che la Stato fallisca, che si possa perdere la pensione, di perdere il lavoro anche in un’azienda che va bene. Questi timori portano le persone a chiudersi in se stesse, e quindi la consultazione straordinaria cerca di riattivare dei meccanismi collettivi di risposta alla crisi. Un grande meccanismo di massa dentro la Cgil, ma anche nel Paese”.

Cosa è la Carta universale dei diritti dei lavoratori?

“È anzitutto una grande iniziativa culturale e valoriale, che forse avremmo dovuto produrre qualche anno fa per contrastare quella propaganda che ha contrapposto i precari ai lavoratori organizzati, come se il precariato fosse responsabilità del sindacato e non dei governi, dei parlamenti e delle imprese. Da parte della Cgil vuol dire riconoscere fino in fondo che siamo di fronte a un nuovo modello produttivo. I grandi cambiamenti non sono facili da comprendere immediatamente e per lungo tempo abbiamo parlato di “post-fordismo”, che però era una categoria che diceva quello che il lavoro non era più. Una categoria in negativo quindi, che non diceva cosa il lavoro era diventato. Come Montale dicevamo quello che non eravamo più.

Oggi le cose sono più chiare: siamo di fronte a un nuovo modello produttivo che possiamo chiamare “l’impresa a rete”. Questo nuovo modello di produzione ha allungato la filiera pur mantenendo il controllo, grazie alle nuove tecnologie, dei tempi e dei modi di produzione. Lungo questo allungamento della filiera sono cresciute una serie di attività che una volta erano fatte dentro i luoghi di lavoro. Si è creato un nuovo lavoro autonomo, di seconda generazione, che però è diverso dalle storiche libere professioni: e cioè le partite Iva e tutte le forme di lavoro para-subordinato”.

Perché è pericoloso questo nuovo modello di lavoro autonomo?

“Perché le aziende scaricano su di esso parte dei costi e parte del rischio, ma alla fine di queste attività c’è un’impresa (in genera manifatturiera) che mette insieme le cose e vende i prodotti sui mercati. Per produrre questi prodotti ci sono una serie di attività fuori dall’impresa in un rapporto spesso di tipo quasi commerciale. C’è un grande però: nel commercio ci sono due imprese mentre in questo caso da una parte c’è l’impresa e dall’altro un singolo lavoratore autonomo che dipende economicamente da quell’impresa. Forse i tempi e i modi di quel lavoro non subiscono il comando vero e proprio, quotidiano, dell’impresa. Ma il lavoratore ha un rapporto diseguale perché l’impresa può giocare su molti concorrenti e le persone sono sole. Di nuovo si produce un diritto diseguale: i lavoratori autonomi di seconda generazione vengono considerati come imprese, come se fossero un’impresa che si rapporta con un’impresa, ma questo non è vero”.

E qual è la proposta del sindacato per affrontare questa nuova fase?

“Il “salto” che propone la Carta è quello di proporre dei diritti comuni dei lavoratori dipendenti, dei para-subordinati e dei lavoratori autonomi di seconda generazione. Parliamo di tantissime persone: le imprese mantengono il controllo sui tempi di produzione ma hanno decentrato sulle singole persone una parte dei costi ma soprattutto molti rischi e molta flessibilità di modi e di tempi. Sono necessari dei diritti comuni: alla sicurezza e alla salubrità, all’espressione e all’organizzazione, a non veder interrotto il rapporto di lavoro senza motivazione, alla formazione e all’istruzione, a non essere invasi nella propria libertà individuale e nella propria privacy, ad avere un compenso equo, ad avere il riconoscimento delle invenzioni eventualmente prodotte dal lavoratore. Un corpo comune di diritti che valgono per tutti, magari con alcune specificità applicative”.

Quindi anche nuovi contratti di lavoro?

“Una parte della proposta della Cgil riguarda proprio la ridefinizione dei contratti di lavoro e della disciplina del licenziamento. Contratti a tempo determinato senza causali (come avviene oggi) non potranno più esistere perché spostano completamente gli equilibri di forza dalla parte delle imprese. Per non parlare della mistificazione sui nuovi contratti a tempo indeterminato a tutele crescenti. Vogliamo poter ridefinire i tipi di contratti di lavoro, quelli che secondo noi sono coerenti con i diritti fondamentali che proponiamo”.
Gli strumenti che avete in mente sono effettivamente inusuali per il sindacato: legge di iniziativa popolare e referendum (quindi raccolta di firme ben al di là della platea degli iscritti).

“La proposta di nuovo statuto dei lavoratori (la Carta dei diritti) sarà presentata nella forma di legge di iniziativa popolare che purtroppo nel nostro ordinamento è uno strumento debole, perché il Parlamento non è neppure obbligato a discuterla. Ma è una proposta legislativa dal basso e un’iniziativa di prospettiva. Per questo chiediamo anche un mandato a fare una cosa inedita ma oggi necessaria e cioè promuovere come Cgil dei referendum abrogativi di alcune parti del Jobs Act laddove è stato manomesso l’articolo 18, così come alcune leggi fatte dal governo di centrodestra o la liberalizzazione del contratto a tempo determinato, che oggi è la vera forma di precarizzazione. Su questo impegneremo prima tutta la Cgil e poi il Paese per arrivare ai referendum nella primavera del 2017”.