Il XIX Congresso nazionale della Cgil ha sancito una svolta nel rapporto tra sindacato e mondo politico: una apertura, talvolta anche irrituale, senza precedenti. Necessaria nella fase così nuova e complessa che sta vivendo il nostro Paese

Giuseppe Casadio, ex segretario nazionale Cgil

Primo Maggio 2023; il primo dopo il XIX Congresso della nostra Cgil. Associo l’evento più recente e impegnativo per la vita dell’organizzazione – il Congresso – alla ricorrenza storica più gloriosa ed evocativa per il Sindacato – il 1° maggio – per sottolineare ancor più le innovazioni che hanno caratterizzato il Congresso, soprattutto in relazione al mutato contesto politico.
Chi ha potuto seguirlo in tutto il suo sviluppo, seppur da remoto, ha potuto apprezzare come il Congresso sia stato progettato e condotto con modalità irrituali. Non la tradizionale noiosa sequenza di interventi di circostanza, ma molti focus tematici aperti a una grande pluralità di interventi e contributi diversi. Una innovazione molto stimolante e coraggiosa; particolarmente apprezzabile per la massima apertura alla interlocuzione con la politica. Nella relazione e nell’intervento conclusivo del Segretario Generale, nello spazio tutt’altro che formale offerto agli esponenti delle forze politiche di opposizione e alla stessa Presidente del Consiglio.
Di ciò si avvertiva la necessità, a ben vedere. Infatti, come ciascuno sa, il 25 settembre scorso, al culmine di un travagliato processo, si è determinato un fatto effettivamente inedito nel paese. Un fatto che sarebbe colpevole per chiunque sottovalutare, ancor più sarebbe stato gravissimo lo avesse sottovalutato il Congresso. La metà dell’elettorato ha disertato le urne abdicando alla sua funzione democratica, e si è affermata una coalizione di destra composta da formazioni politiche a-costituzionali. Infatti nessuno dei partiti che la compongono trae le proprie origini dal processo Costituente che sancì la nascita della Repubblica.
Di converso, si è platealmente manifestata la crisi ormai annosa della sinistra politica: crisi di autorevolezza dei gruppi dirigenti, frantumazione delle storiche formazioni partitiche, perdita di identità aggravata dalla partecipazione strategicamente subalterna a ognuna delle coalizioni dei governi tecnici succedutisi nel corso degli ultimi anni. In sintesi le esigenze del mondo del lavoro, dei pensionati, dei giovani precari o marginali, delle fasce sociali più deboli, la tutela dei redditi più bassi, la salvaguardia di un adeguato sistema di welfare universalistico e gratuito non sono stati percepiti dall’elettorato come i temi caratterizzanti la sinistra e le sue rappresentanze.
Le elezioni politiche del 25 settembre 2023 hanno sancito tutto ciò, senza equivoci.
La nuova maggioranza di governo ha immediatamente posto mano a svariate misure rilevanti sul piano sociale, o ad un’opera di vera e propria manomissione degli assetti costituzionali. Innanzitutto insidiando l’unità della Repubblica con la cosiddetta “Autonomia differenziata”, misura già in fase di concreta costruzione, che attribuirebbe alla potestà legislativa esclusiva di ciascuna regione materie fondamentali per l’unità della Repubblica: dalla salute all’istruzione all’ambiente, e molto altro, peraltro sottraendo al vaglio dello stesso Parlamento le eventuali intese fra il governo e la singola regione. In secondo luogo con l’annunciato progetto di legge per la trasformazione dello Stato in senso presidenzialista. Sono altresì già state adottate le prime misure fiscali caratterizzate da condoni (fisco “amico”) e a carattere proporzionale anziché progressivo. Il Consiglio dei ministri ha varato il nuovo codice degli appalti che liberalizza la pratica del subappalto, incentivando così evasione, lavoro nero, elusione delle norme sulla sicurezza del lavoro. Inoltre è allo studio la tanto sbandierata riforma della giustizia (per ridimensionare l’autonomia della Magistratura). E già misuriamo quotidianamente gli atteggiamenti regressivi, autoritari in tema di politiche migratorie, libertà civili, trasparenza e fedeltà alla matrice antifascista. Perfino la presidente del Consiglio non riesce a pronunciare la parola, neppure di fronte ai martiri delle Fosse Ardeatine.
Come risulta evidente siamo ben oltre i termini di un ordinario confronto sulle politiche economiche, né tutto ciò può essere considerato questione di esclusiva competenza della dialettica parlamentare fra i partiti politici. Il Sindacato Confederale era stato fra i “costruttori” della democrazia antifascista. Dagli scioperi del ‘43-’44, alla resistenza, fino al Referendum per la Repubblica e alla stesura della Costituzione di cui i diritti sociali sono armatura portante al pari di quelli politici e quelli civili.
Si pone dunque l’urgenza di costruire – forse è appropriato dire: ricostruire – un’area culturale e politica ispirata ai principi e ai valori costituzionali. Di questo progetto il Sindacato Confederale per la sua specifica funzione,

non può che essere partecipe. Con il Congresso la Cgil se ne è fatta stimolo e artefice. Opportunamente. In questa prospettiva ha dapprima messo a confronto tutti i leader delle forze politiche progressiste di opposizione. Nessuno ancora l’aveva fatto. È da questo punto di vista che può essere colta a pieno l’innovazione costituita dal XIX Congresso.

Con ciò non si rinuncia in alcun modo alla autonomia; autonomia per il Sindacato è assunzione di un punto di vista – quello del lavoro, dei pensionati, delle fasce più deboli della popolazione – partendo dal quale progettare una società più giusta e solidale, decidere in autonomia alleanze, forme di lotta, intese. E per confermare le conquiste del lavoro quale leva fondamentale anche per l’avanzamento dei diritti civili. Così sempre è stato nella storia della Repubblica, in un ambito fino ad oggi costituzionalmente condiviso, anche nelle fasi di più aspra conflittualità.

Indubbiamente il nuovo contesto politico-istituzionale induce anche una interpretazione non tradizionale del concetto di “autonomia” sindacale, ma la vitalità dell’organizzazione si misura, appunto, dalla capacità di confrontarsi con trasformazioni tanto radicali.

Per essere davvero soggetto promotore e artefice della “coalizione dei ricostruttori”, come l’abbiamo sopra definita, la Cgil ha aperto il proprio Congresso anche ad un arco di forze sociali più ampio: associazionismo di genere, giovanile, per la pace, per l’accoglienza e la solidarietà. Anche da questo punto di vista il suo svolgimento è risultato ricco e stimolante. Nessuna altra organizzazione socio-politica saprebbe esprimere analogo protagonismo.

Da ultimo è doverosa una valutazione sull’invito rivolto alla Presidente del Consiglio a partecipare al dibattito, invito che ha suscitato qualche perplessità, a mio avviso immotivata. La Cgil è innanzitutto agente negoziale: lo è quando si confronta con gli imprenditori, come quando si confronta con i governi sulle politiche economiche, a Palazzo Chigi o anche direttamente in altra occasione. Come negli altri Congressi con altri Presidenti, tanto più avendo il Segretario Landini inequivocabilmente dichiarato nella relazione congressuale di non condividere alcuna delle proposte governative, e dopo aver promosso e animato, il giorno prima, il dialogo fra i partiti di opposizione, la Cgil avrebbe tradito le proprie ambizioni sottraendosi al confronto diretto. In sintesi si può intendere la “vexata quaestio” della partecipazione dei partiti al nostro Congresso come il primo atto di una nuova fase della dialettica politica, in cui a questa destra aggressiva e a-costituzionale sappia opporsi una rinnovata “aggregazione” delle culture progressiste. Che sappia agire con “impazienza e radicalità” per rubare due parole fra quelle rivolte al Congresso dal cardinale Zuppi. E chi ha filo per tessere…

BIOGRAFIA

Giuseppe Casadio, “Beppe”, classe 1946, è nato il Primo Maggio. Coincidenza significativa, considerando il ruolo svolto come dirigente sindacale a livello locale, regionale e nazionale.

Si laurea in Pedagogia all’università di Urbino con una tesi su Dietrich Bonhoeffer, prestigiosa figura di intellettuale antinazista. Fonda la Cooperativa “Centri Rousseau”, ispirata a concezioni pedagogiche antiautoritarie e partecipa al movimento studentesco del ’68. Contemporaneamente inizia l’attività di insegnamento nei licei classici.

La sua attività sindacale lo porta a ricoprire prima l’incarico di segretario della Cgil-Scuola di Brescia, poi di segretario generale della Fiom di Ravenna.

Nel ’76 entra nella segreteria della Camera del lavoro di Ravenna di cui viene poi eletto segretario generale. Nell’88 è eletto segretario regionale della Cgil Emilia-Romagna e nel 1996 entra nella segreteria nazionale della Cgil.