Parte il nuovo piano socio-sanitario ed è l’occasione per uno sguardo d’insieme ai mutamenti che ci aspettano nel rapporto tra cittadini e “sistema benessere”. Intervista con Daniela Bortolotti
Sta cambiando profondamente la società emiliano-romagnola e i dati demografici confermano ciò che vediamo tutti i giorni. Ci sono sempre più nonni e sempre meno nipoti, o meglio sono soprattutto i nonni a vivere più a lungo mentre le famiglie numerose sono ormai un’eccezione. Poi ci sono altri dati come quelli relativi all’immigrazione (che in parte colma questa “sbilancio”), ma per quanto riguarda gli italiani anche per i prossimi anni la certezza è che la nostra società sta invecchiando.
L’abbiamo detto molte volte e lo ripetiamo: non è un fenomeno di per sé negativo, appunto perché la vita delle persone è più lunga, ma se non sarà gestito con molta accortezza, un passaggio positivo dell’esistenza umana rischia di diventare un’emergenza. Persone più anziane vuol dire infatti anche persone con patologie croniche che si sommano e si prolungano nel tempo. Con Daniela Bortolotti, della segreteria Spi-Cgil Emilia-Romagna, affrontiamo in queste pagine la situazione del sistema sanitario e socio-sanitario della nostra regione. Perché il sindacato ha idee e progetti per mantenere e anzi migliorare il sistema pubblico, che oggettivamente è uno dei migliori al mondo.
Come si ridisegna la sanità emiliano-romagnola?
“Anzitutto a ridisegnarsi sono la rete ospedaliera e l’assistenza territoriale, che sono i due nodi centrali e sui quali contrattiamo sia a livello regionale che territoriale. Gli ospedali devono diventare sempre di più i luoghi della cura per i problemi acuti. Questo comporta che negli ospedali vanno concentrati personale qualificato, cure specialistiche d’avanguardia, tecnologie diagnostiche, insomma tutto quello che serve a curare l’insorgere di una malattia acuta o di un infortunio. Per questo non si può più ragionare di un ospedale come entità singola ma come componente di una rete territoriale. Questo vuol dire che non necessariamente ogni ospedale deve avere tutti gli specialisti d’eccellenza in tutti i campi, ma che al bisogno è possibile attivare risorse all’interno del territorio. Questo è importantissimo perché ci permette di superare la problematica dei grandi e dei piccoli ospedali, di vedere il territorio come una struttura unica legata da una rete di eccellenze”.
E dentro gli ospedali cosa deve cambiare?
“La nuova organizzazione ospedaliera deve andare oltre l’idea dei reparti con tanti letti e spesso con il primario che decide tutto. Il passo avanti da fare è impostare i reparti in base al bisogno di assistenza della persona. Qui entra un concetto che rivoluziona il sistema ospedale e cioè la cosiddetta intensità di cura. Ci sono persone che hanno bisogno di molte ore di cura, soprattutto all’insorgere del problema. E quindi ci vogliono reparti che assicurino questa necessità. Poi (in genere con il miglioramento della patologia) inizia un percorso di minore intensità ma molto legato ai bisogni del paziente”.
Quindi ospedali, per dirla in breve, con meno letti?
“Certo: non conta il numero dei letti ma l’intensità della cura adattata al paziente. La chiave non è quella di avere procedure standard e molti letti, che magari rimangono vuoti, ma di assistenza personalizzata e di gestione a seconda della necessità. Per questo si investirà sempre di più nelle nuove professioni sanitarie: infermieri specializzati, terapisti della riabilitazione, ostetriche. Ci saranno meno posti letto per acuti e la scelta che noi abbiamo condiviso è di trasformare questi letti in “letti territoriali” con i quali poter gestire le dimissioni: un caso che spesso riguarda persone anziane, pazienti che non possono rientrare immediatamente a casa ma hanno bisogno di un ulteriore periodo di assistenza dopo che l’ospedale ha esaurito il suo lavoro.
Stiamo già oggi parlando di istituire strutture infermieristiche come gli ospedali di comunità dove creare 15-20 letti a disposizione sia dei medici di base sia di quelli ospedalieri. Ogni distretto dovrà avere un ospedale di comunità, che è lo snodo principale della continuità ospedale-territorio: qui le persone anziane con più patologie croniche possono trovare in alcuni momenti della propria patologia la necessaria assistenza infermieristica senza gravare sugli ospedali e senza creare situazioni di gestione molto difficili nell’ambito familiare”.
Torniamo quindi alla novità di cui abbiamo parlato negli scorsi numeri di Argentovivo e cioè le case della salute…
“Le case della salute sono i luoghi fisici dove investire sul territorio per mettere insieme e in rete i medici di famiglia. Le resistenze che riscontriamo tra i medici di base è un vero problema rispetto all’innovazione che è necessaria: attuare la medicina di iniziativa, quindi la medicina che cerca di prevenire la patologia anziché solo affrontarla quando insorge, gestire il percorso delle cronicità, garantire il benessere delle persone sia all’uscita dell’ospedale sia per i piccoli interventi infermieristici che oggi spesso finiscono non opportunamente nei pronto soccorsi. Per questo chiediamo alla Regione e alle aziende sanitarie di intervenire in modi più determinato”.
Ci hai giustamente prospettato quella che deve essere la sanità e l’assistenza del futuro prossimo, ma le difficoltà del sistema pubblico di oggi sono evidenti. A che punto siamo?
“Questa è già la programmazione che la Regione sta disegnando per il futuro. Siamo oggi all’interno di un percorso che riguarda sia le reti ospedaliere che le reti territoriali: non diamo per scontato che tutto funzioni così, anzi sappiamo che in alcuni territori abbiamo ancora problemi soprattutto nel legame di continuità tra ospedale e territorio. È un problema che soprattutto i pensionati sentono moltissimo e quando incontriamo la Regione insistiamo proprio sul fatto che sia chiaro che questo percorso di innovazione deve essere realizzato in tutti i territori e in tutte le aziende sanitarie. Lo scopo della contrattazione che stiamo facendo è di portare tutti i territori, tutte le aziende sanitarie verso questo percorso. Quando il meccanismo non funziona e si scarica sulla famiglia l’onere della persona che viene dimessa dall’oggi al domani, questo diventa uno degli elementi principali del giudizio negativo che si ha del sistema nel suo insieme. Le famiglie giustamente sentono che nel momento del bisogno sono state lasciate sole e su questo nei nostri incontri noi siamo sempre molto netti: le dimissioni protette sono una priorità e purtroppo in alcune parti della nostra regione praticamente non esistono”.
Parliamo del Piano socio-sanitario regionale che proprio in queste settimane si sta delineando e che il sindacato sta affrontando sia con la Regione sia a livello territoriale. Perché è così importante?
“L’Emilia-Romagna è stata una delle prime regioni a scrivere un Piano socio-sanitario: il primo è stato nel 2008 poi prorogato nel 2013. Adesso siamo all’avvio del vero e proprio piano. Il grosso valore sta nel tenere insieme con lo stesso strumento la sanità, gli interventi di carattere sociale e quelli socio-sanitari. Quindi una visione di insieme che ha l’obiettivo di costruire il benessere delle nostre comunità.
Per quanto riguarda la sanità abbiamo visto le prospettive in campo. Purtroppo i problemi maggiori li stiamo rilevando nel campo socio-sanitario. Si parte da un assunto che dice: le risorse sono in calo, i bisogni sono in aumento, per cui l’unica possibilità è quella di coinvolgere la comunità. Ma questo cosa vuol dire in concreto? Noi crediamo anzitutto che non può essere un tabù il tema di aumentare le risorse per rispondere ai bisogni. In secondo luogo, è vero che le comunità hanno al loro interno una forte “ricchezza” da attivare ma per farlo è fondamentale un governo pubblico forte. Le risorse di volontariato che ci sono, e sono tante, funzionano se sono inserite in un sistema. Questo vuol dire che i comuni devono investire di nuovo negli assistenti sociali e che l’analisi dei bisogni e la presa in carico diventino effettive.
La comunità è un fattore importante e potente, ma se la lasciamo a se stessa non si auto-governa. Ci vuole un servizio pubblico che conosca tutte le risorse e le attivi: non un’operazione di “scarico” sulla comunità dei bisogni delle persone ma di presa in carico e di gestione pubblica anche delle risorse del volontariato”.
Parliamo infine brevemente delle persone non auto-sufficienti.
“In questo campo ci sono delle innovazioni che riteniamo assolutamente necessarie. Da un lato bisogna ripensare il concetto di domiciliarità, che deve essere davvero protetta oppure non esiste affatto. Dobbiamo cercare soluzioni abitative che abbiano dei gradi crescenti di tutela a seconda del crescere dei bisogni delle persone. Le forme possono essere molte: il cohousing, gli appartamenti protetti, mini residenze con servizi come il portierato o la badante, persino la domotica, fino a immaginare interi quartieri a misura di anziano. E poi sia i cosiddetti care giver che le assistenti familiari devono coesistere in rete, con supporti adeguati, formazione e tutoraggio da parte del servizio pubblico. Soltanto in questo modo si potrà arrivare ad aver bisogno di entrare in strutture residenziali solo, ed eventualmente, nell’ultima fase della propria esistenza”.