Il bilancio sociale annuale dell’Inps fotografa non solo l’andamento finanziario dell’Istituto ma soprattutto la situazione delle pensioni nella nostra regione, e quindi inevitabilmente anche i danni prodotti dalla legge Fornero. Il primo dato che salta agli occhi è che ogni anno diminuiscono le persone che vanno in pensione: “È così – spiega Battaglia – fino al punto che il rischio è che, essendo legata all’attesa di vita, la pensione si rischia di prenderla a 70 anni. Questa è una contraddizione perché chi sostiene questo, compresi i ministri dell’economia dei Paesi dell’Unione europea, parla di ‘cittadinanza attiva, cioè si cerca di far credere che rimanere di più nel mondo del lavoro sarebbe un aspetto positivo. Peccato che non tutti i lavori siano uguali: probabilmente ha senso che un professore universitario rimanga fino ai 70 anni perché è un lavoro di approfondimento e di insegnamento, ma una persona che per esempio lavora in fonderia o in un cantiere edile è impossibile che possa andare avanti a lavorare fino a quell’età”.

E poi naturalmente c’è la questione generazionale: “Si crea una sorta di tappo alle nuove assunzioni. Certo non è automatico che per ogni lavoratore che va in pensione ne entri uno giovane, ma sicuramente non avviene neppure la normale rotazione di personale. Quindi dobbiamo intervenire nei confronti del governo con il tavolo nazionale che abbiamo in corso (Cgil Cisl Uil e i relativi sindacati pensionati Spi Fnp UilP) proprio sulla flessibilità in uscita”.

Ma non è solo questo il dato negativo che leggiamo nel bilancio sociale Inps. “Vediamo con chiarezza la differenza – continua Battaglia – degli importi delle pensioni tra uomini e donne che rimane consistente e testimonia il perpetuarsi di una discriminazione nel lavoro: le donne a parità di lavoro hanno una retribuzione (e quindi contributi) spesso più bassa e una carriera lavorativa discontinua e questo incide fortemente sull’importo pensionistico”.

Possiamo citare il dato preciso (sempre riferito alla nostra regione): l’importo medio mensile lordo delle pensioni per gli uomini è di 1319 euro, per le donne di 732 euro. “Inoltre bisogna considerare che l’81% delle pensioni previdenziali ha un importo medio mensile inferiore ai 1500 euro lordi che corrispondono a poco più di mille euro al mese.Questo è l’altro aspetto che il bilancio sociale Inps mette in evidenza: e cioè che il carico fiscale è molto alto sulle pensioni italiane a differenza degli altri Paesi europei. Ridurre il carico fiscale su pensioni e retribuzioni basse è un altro punto della nostra vertenza con il governo”.

Restando sempre sul nostro territorio regionale, Battaglia sottolinea un’altra sperequazione che si perpetua: “C’è una profonda differenza tra i diversi territori, che testimonia anche questo un mercato del lavoro molto diverso in ambito regionale. In alcune realtà è fatto di molto lavoro precario e spesso non in regola. Basta guardare i dati degli importi delle pensioni di Bologna e Rimini. E in generale le pensioni sono più basse nell’area romagnola dove c’è un lavoro di carattere stagionale, precario e spesso femminile. Si va così dai circa 20mila euro medi a Bologna rispetto ai 15.788 di Rimini”.
Ancora un dato riguarda la staticità degli importi che aumentano di pochissimo di anno in anno: “Questo non è solo l’effetto dell’inflazione bassa, ma soprattutto perché come è noto la perequazione negli ultimi tre anni è stata prima bloccata (2012 e 2013) e poi non è stata adeguata, reale. L’aumento del costo della vita viene recuperato solo in parte”.

Un aspetto fondamentale sarebbe l’introduzione della pensione integrativa: “La pensione complementare è molto importante perché con l’attuale sistema pensionistico dal 1995 in poi anche in presenza di una carriera lavorativa senza interruzioni si va a percepire un trattamento pensionistico che non è superiore al 50-60% dello stipendio. Certamente la pensione complementare non può essere sostitutiva ma andrebbe incentivata mentre fino a oggi ha raccolto poche adesioni. Noi crediamo che si debba trovare una modalità di adesione come quella prevista dal contratto dei lavoratori edili e cioè del silenzio/assenso. In questo modo al momento dell’assunzione scatta il prelievo per la pensione integrativa: una parte dei contributi li mette il datore di lavoro, una parte il lavoratore e per un’altra parte viene utilizzato il Tfr, cioè la liquidazione”.
Ma per incentivare la pensione integrativa il governo dovrebbe rivedere e abbassare la pressione fiscale: “Oggi la trattenuta è del 20%, noi chiediamo che sia portata di nuovo all’11%”.

Il nodo vero del confronto con il governo, conclude Roberto Battaglia, “è l’uscita dal lavoro che noi chiediamo sia considerata flessibile. Stabilita una certa età pensionabile, la persona può scegliere a partire da 62 anni di andare in pensione con una penalizzazione. Per noi è un buon punto di partenza la proposta di legge presentata dal senatore Pd Cesare Damiano che prevede il 2% di penalizzazione ogni anno in meno di lavoro fino a un massimo dell’8%. Sarebbe un’operazione pulita, trasparente, che non avrebbe nulla a che fare con la proposta confusionaria del ‘prestito’ che in realtà si trasforma in un mutuo erogato dalle banche”.ac