E’ quello che usa il governo (anche questo governo, altro che “cambiamento”) per fare cassa alle spalle di chi ha lavorato 40 e più anni, additato adesso addirittura come l’avaro di Molière. Il sindacato pensionati scende in piazza

di BiPi

Sarà pure il “Governo del cambiamento”, ma quando si tratta di far cassa per finanziare questo o quel provvedimento o per evitare le sanzioni europee, si torna all’antico e si percorre sempre la solita strada: il bancomat delle pensioni, adeguatamente sostenuto da milioni di pensionati e pensionate. Quelli, in particolare, che per quella pensione hanno faticato 40 e più anni, hanno regolarmente versato i contributi dovuti, portano a casa redditi appena sufficienti a vivere dignitosamente e puntualmente vengono scambiati per ricchi benestanti, accusati di rubare il futuro ai giovani, additati come i novelli Arpagone.
Questa volta ci ha pensato l’ineffabile avvocato Conte, Presidente del Governo Di Maio-Salvini, di cui rappresenta la faccia garbata. Commentando l’ennesimo intervento che ridimensiona la perequazione automatica delle pensioni prevista dal 1° gennaio 2019, il nostro “avvocato del popolo” ha avuto modo di dire che “si tratta di pochi spiccioli, non si lamenterebbe neppure Arpagone”, il personaggio protagonista de “L’avaro”, commedia di Molière scritta a metà del 1600.
In realtà di pochi spiccioli proprio non si può parlare, visto che in tre anni il ridimensionamento della perequazione lascerà nelle casse dello Stato circa tre miliardi e mezzo, abilmente sottratti (a forza di pochi spiccioli al mese) alle pensioni superiori a tre volte il trattamento minimo: a partire cioè da quelle da 1.522 euro lorde al mese, 1.200 netti! Altro che Arpagone: c’è poco da essere avari in questo caso, manca la materia prima, caro Presidente avvocato del popolo e cari Salvini-Di Maio, gemelli diversi che fanno esattamente ciò che fece Monti nel 2011.
Alla faccia del cambiamento.
Dunque ancora una volta si colpiscono i pensionati e ancora una volta i pensionati non ci stanno: anche Cgil Cisl Uil confederali (che hanno espresso un giudizio nettamente negativo sulla legge di bilancio) hanno deciso una iniziativa di mobilitazione; con una manifestazione nazionale programmata per il 9 febbraio. Spi Fnp UilP hanno aperto la mobilitazione con una serie di presidi tenuti in tutte le regioni, davanti alle Prefetture dei rispettivi capoluoghi. Il 28 dicembre scorso a Bologna (con delegazioni significative da Reggio Emilia, Ferrara, Parma), a Modena, a Forlì (con Cesena e Imola) alcune centinaia di pensionati e pensionate hanno dato vita a manifestazioni al termine delle quali è stata consegnata ai Prefetti una lettera di protesta da inviare al Governo.
La mobilitazione della nostra regione è proseguita il 4 gennaio, con manifestazioni analoghe a Rimini, Ravenna, Piacenza, anche in questi casi con la partecipazione di tante pensionate e tanti pensionati, nonostante il periodo festivo e il freddo pungente.
Il 16 gennaio si è poi tenuto un importante Attivo regionale delle tre organizzazioni sindacali, con la partecipazione del segretario generale della Fnp, Gigi Bonfanti, che ha posto l’esigenza di ulteriori e incisive iniziative di mobilitazione, fino a una grande manifestazione nazionale di pensionati da tenere a Roma nelle settimane successive.
Del resto non c’è solo il tema perequazione delle pensioni che coinvolge il mondo dei pensionati. Sulla previdenza è necessario ampliare la platea dei beneficiari della quattordicesima, che risponde a criteri di equità e valorizza gli anni di lavoro e di contribuzione; è fondamentale una volta per tutte separare la spesa previdenziale da quella assistenziale, per sfatare il mito di una spesa previdenziale fuori controllo.
C’è poi il fisco: sulle pensioni italiane grava una imposizione fiscale più che doppia rispetto alla media europea, determinando una grave ingiustizia a danno dei pensionati del nostro Paese. Ma il Governo, anziché intervenire su questo, alleggerire le tasse ai lavoratori dipendenti, combattere l’evasione fiscale, decide di “regalare” una aliquota di tutto favore ai redditi da partita Iva fino a 65.000 euro annui, che pagheranno il 15%! Un pensionato da 15.000 euro annui paga il 23%, alla faccia della progressività dell’imposizione fiscale stabilita dalla Costituzione.
E poi la non autosufficienza: ancora una volta silenzio assordante su un punto così delicato e critico. Tutto resta sulle spalle delle famiglie, salvo gli interventi resi possibili da finanziamenti delle regioni, come l’Emilia-Romagna con i suoi 470 milioni dedicati a queste situazioni.
Dunque ce n’è più che abbastanza per riprendere la mobilitazione: i pensionati e le pensionate saranno come sempre in prima fila e speriamo che questa consapevolezza divenga rapidamente comune a tutto il sindacato, superando ambiguità, incertezze, vane aspettative.