Ci sono voluti più di 6 anni, ma alla fine il Tribunale di Bergamo ha condannato (in primo grado, s’intende ché non si esageri in celerità) a 18 mesi di reclusione, il senatore Roberto Calderoli: nel luglio del 2013, durante un raduno leghista, il senatore definì l’onorevole Cecile Kyenge un “orango”. Di fronte alla denuncia, il Calderoli si difese dicendo che si trattava solo di uno scherzo: la parola orango in fondo non è offensiva.

(Probabilmente, al momento della dichiarazione, il senatore guardava allo specchio la sua stessa immagine, ndr).

La sentenza di Bergamo dice un paio di cose:
1) ma era proprio impossibile pronunciarsi in un tempo più breve? Su un caso così, ci vogliono 6 anni per una sentenza di primo grado?

2) Il razzismo è vivo, si annida stabilmente in certi ambienti ed è un sentimento vigliacco che viene espresso quando ci si sente forti per la posizione che si ricopre (magari uno fa il Ministro…) o perché si è in branco (e allora si fa buuuuuu).

3) Lottare contro il razzismo è dovere individuale e collettivo, con ogni mezzo e in qualsiasi circostanza. Ha ragione Cecile: il razzismo si può sconfiggere anche in tribunale anche dopo 6 anni.
Non è mai troppo tardi.

Bologna, 14 gennaio 2019