Raffaele Atti, segretario generale Spi-Cgil Emilia-Romagna
Il Governo fa propaganda sulla pelle dei fragili, malati e anziani (autosufficienti e non): è questo, in sintesi, il senso dell’operazione che il Governo ha fatto il 25 gennaio, approvando il Decreto legislativo che ora va all’esame delle commissioni parlamentari per il parere e con il quale si intende risolto il tema dei decreti attuativi della legge delega 33/2023 (Legge delega per la tutela della dignità e la promozione delle condizioni di vita, di cura e di assistenza delle persone anziane).
Per i contenuti della legge era lecito attendersi più decreti relativi ai diversi campi nei quali si dovrebbero realizzare le azioni pubbliche coordinate volte a promuovere l’invecchiamento attivo, l’inclusione degli anziani nella società, il sostegno alla loro autonomia e l’attuazione di un sistema di presa in carico della fragilità e di assistenza alle persone non autosufficienti. E ovviamente prevedere le risorse necessarie a realizzare (anche gradualmente) questi obiettivi.
Per questo abbiamo giudicato un pessimo segnale che la legge di bilancio non avesse previsto nessun fondo aggiuntivo specificatamente destinato ad attuare la legge.
Invece il Governo, pressato dalla scadenza del 31 gennaio 2024 per emanare i Dlgs (che si era autoimposto) ha pensato di risolvere il problema sostanzialmente a costo zero: i 300 milioni previsti per il 2025 e i 200 previsti per il 2026 non sono infatti aggiuntivi ma sottratti alle Regioni in sede di riparto delle risorse già destinate alla Non Autosufficienza o al contrasto alla povertà , mentre il grosso delle azioni previste dal decreto prevedono atti successivi per indicare piani e programmi da realizzare senza oneri aggiuntivi o nell’ambito di azioni già previste dal PNRR o da altri programmi già finanziati. Insomma nessuna risorsa aggiuntiva come si era capito nella legge di bilancio.
In pratica una azione di rimando che non scioglie né il nodo delle misure di finanziamento necessarie a dare concretezza agli obiettivi della legge, né delle innovazioni legislative in grado di garantire quel coordinamento e quella integrazione tra i livelli istituzionali competenti sulle materie interessate. Ciò è tanto più vero rispetto all’obiettivo di realizzare il Sistema nazionale per la popolazione anziana non autosufficiente. Nessuna novità significativa sui meccanismi istituzionali di Governo in relazione alla integrazione sociosanitaria a quanto già previsto dalla legislazione vigente e dalla legge istitutiva dei primi LEPS per la non autosufficienza previsti nell’ultima legge di bilancio del Governo Draghi e suggeriti da Livia Turco e dal ministro Orlando come anticipo della legge delega.
L’unica novità: divenuta pezzo forte di una propaganda governativa al limite della pubblicità ingannevole è l’istituzione della “misura universale” già prevista dalla legge delega, con importo, modalità e requisiti di accesso che rischiano di trasformarla nel vero affossamento delle potenzialità della legge delega. Si tratta di una misura, infatti, che comprende l’indennità di accompagnamento ma ne blocca ogni ipotesi di riforma mantenendola come quota obbligatoriamente monetaria a cui aggiunge un assegno e di assistenza il cui utilizzo è vincolato a prestazioni e servizi, e limitati agli ultraottantenni classificati con disabilità gravissime e assistiti a domicilio. Ma che è tutt’altro che universale essendo sottoposto a una pesantissima prova dei mezzi essendo vincolata ad un ISEE inferiore ai 6000 euro annui, che (considerando le cifre stanziate) possono essere stimati in meno del 2% ( l’1,9 nel 2025 e l’1,2 nel 2026) degli anziani over ‘65 con assegno di accompagnamento, che nel 2023 erano 1.568.000.
Per altro va detto che nelle Regioni i disabili classificati gravissimi sono in genere già presi in carico o dalle strutture residenziali o con assegni di cura regionali che usano la quota vincolata del 50% del fondo per la non autosufficienza. In pratica quello del Governo è un intervento che non cambia nulla. Mentre la mancanza di risorse aggrava la situazione anche nelle regioni come l’Emilia Romagna che si sono dotate di una politica adeguata, un fondo regionale di oltre 500 milioni, politiche di presa in carico, l’accreditamento dei servizi socio sanitari e che sono alle prese con il tentativo di migliorare i servizi, ma che si scontrano con i tagli alla sanità e con l’inadeguatezza del Fondo nazionale che copre meno del 15 % delle risorse che la regione destina alla non autosufficienza attraverso il Fondo Regionale.
Per questo è necessario che una forte mobilitazione che accompagni l’esame parlamentare del decreto e che sveli l’imbroglio, e rilanciare la necessità di rifinanziare il Servizio sanitario Nazionale e mettere molte più risorse sul Fondo Nazionale per la non autosufficienza.