Una ricerca dell’Ires Emilia-Romagna, promossa da Auser e Spi-Cgil regionali, racconta esperienze reali di invecchiamento attivo. Abbiamo scelto dieci esperienze, tra le molte oggetto della ricerca. Dieci idee per essere anziani attivi, per trasformare la longevità in una opportunità per ognuno di noi

La longevità non vuol dire solo vivere più a lungo ma farlo in modo positivo, così che la vecchiaia non sia considerata una malattia, ma una fase della vita, con le sue specificità ovviamente ma comunque una vita attiva, partecipe della realtà.
“Gli anziani – secondo il segretario generale Spi-Cgil ER, Bruno Pizzica – in parte diventano un costo, ma tocca a noi far sì che diventino una risorsa, anche una risorsa economica. La nostra regione ne è un esempio significativo con le molte reti di volontariato esistenti e il tentativo dello Spi è quello di far crescere la consapevolezza che gli anziani vanno valorizzati”.
Secondo l’europarlamentare Elisabetta Gualmini, “le politiche pubbliche devono tenere conto che ogni anziano è una somma di esperienza di vita diverse. Ormai l’invecchiamento attivo è entrato a far parte dell’agenda pubblica. Il passo avanti possibile ora è quello di superare la frammentazione: per esempio, far sì che le esperienze di co-housing siano parte di un’idea di sistema (da Mirandola di Modena fino all’Olanda). Lo si può fare superando il ritardo legislativo, come nel caso della non-autosufficienza, e intervenendo sugli stereotipi culturali”. Quali sono questi stereotipi lo ha detto chiaramente Francesco Martinelli, della Rete degli studenti: “Esiste un’emergenza demografica a cui la destra risponde dicendo che gli italiani devono fare più figli. In realtà a questa contrapposizione giovani-anziani e italiani-immigrati si può rispondere solo in modo politico: superando le barriere che si frappongono alle donne, affrontando concretamente l’immigrazione che deve essere legale (oggi in Italia non c’è modo di entrare legalmente), dando ai giovani una formazione di alta qualità per rispondere alla ‘fuga dei cervelli’ e alla sfida della tecnologia che sostituisce il lavoratore con la robotica”.
Alla presentazione della ricerca c’era anche il presidente della Regione Stefano Bonaccini, che voluto ricordare come negli anni Settanta gli asili in Emilia-Romagna (poi diventati modello nel mondo) siano stati finanziati con le risorse locali, non con i fondi nazionali. Oggi la “sperimentazione” si sposta sugli anziani, grazie alle importanti risorse messe in campo dalla Regione.
La ricerca da cui abbiamo tratto le dieci “idee” che riportiamo nelle pagine seguenti è stata presentata dal direttore dell’Auser ER, Magda Babini, e illustrata per Ires ER dalla ricercatrice Assunta Ingenito.

LA RICERCA
“Invecchiamento attivo”, è questo il tema al centro della ricerca che prova a indagare come nella nostra “vecchia” Europa (ma meglio dire “longeva”), ci si stia attrezzando per fare fronte a uno straordinario cambiamento demografico. L’Italia è di gran lunga il Paese europeo più coinvolto in questo cambiamento, largamente annunciato; siamo primi nel continente e nel mondo ci contendiamo il primato con il solo Giappone. Se ci fossero le Olimpiadi della longevità noi saremmo sicuramente sul podio e probabilmente sul gradino più alto.
Oggi in Italia vivono 15.500 persone con più di 100 anni e le previsioni demografiche, sempre molto precise al netto di guerre, epidemie o altri eventi catastrofici, dicono che nel 2050 i centenari saranno 150.000. Un dato che trova riscontro anche nella nostra regione, la più longeva del nostro Paese e anche quella con un tessuto sociale diffuso e che investe più risorse per sostenere le condizioni di vita degli anziani. Nel passato, i 65 anni costituivano il punto di passaggio alla “vecchiaia” e le aspettative di vita non erano particolarmente ampie; oggi la soglia della terza età si è spostata in avanti fino ai 75 anni e le aspettative di vita sono di 20 anni per gli uomini, di 24/25 per le donne: un bel tratto di vita tutto da vivere.
Quello che si profila, in tempi sorprendentemente brevi, dunque è un cambiamento demografico che comunque lascerà il segno: potrà rappresentare un grande problema ovvero una grande opportunità se lo si affronta per tempo e si definiscono tutte le misure necessarie a sostenerlo. Nuove tecnologie, servizi, competenze come abitazioni che da domicili diventino concrete opportunità di relazioni e buona vita, ascensori che aiutino tutti a muoversi, città che offrano servizi, garantiscano la mobilità dalle periferie verso il centro e luoghi di incontro accessibili, ecc.

PAROLE CHIAVE
Quattro sono le parole chiave che accompagnano il nostro percorso: discontinuità, consapevolezza, partecipazione e sostenibilità. La discontinuità nei fatti: le persone che oggi diventano longeve sono figlie di un’altra generazione e difficilmente possono essere confrontate con quelle del passato; provengono dalle lotte del 68, hanno titoli studio, competenze, cultura e soprattutto ancora desideri e progetti da realizzare in un futuro tutto da vivere. Tutto quello che si pensa di fare va pensato e realizzato prima di tutto con il loro pieno, diretto coinvolgimento.
La consapevolezza è ancora lontana e tutta da costruire. Nonostante l’evidenza dei dati è ancora assente nel dibattito pubblico la percezione di questa “rivoluzione” e le conseguenze che determina. Per la verità, il “mercato” se ne è accorto benissimo ed è molto attento a un segmento sociale che può rappresentare una bella platea di consumatori! La crescita esponenziale di spot e messaggi pubblicitari rivolti alla terza età e l’esplosione della silver economy sono lì a testimoniarlo. Corriamo il rischio che le diseguaglianze crescano ulteriormente, anche in questa fascia di età e dunque è fondamentale accompagnare i comportamenti individuali virtuosi con una progettualità collettiva e condivisa rivolta a tutti e in particolare alle persone più fragili e svantaggiate. Un grande ruolo in questo senso spetta al mondo del terzo settore, all’associazionismo e al volontariato, ma anche alle organizzazioni sindacali fortemente radicate nel mondo dei pensionati e delle pensionate. Solo un grande investimento, prima di tutto culturale, sul valore del vivere “collaborativo” nelle generazioni e fra generazioni può aiutarci ad affrontare al meglio questo cambiamento. Partecipazione: non c’è molto da aggiungere, il coinvolgimento e il protagonismo dei diretti interessati è elemento essenziale per realizzare le condizioni di una vita non solo lunga, ma anche attiva e buona: senza non si va da nessuna parte.
Infine la sostenibilità. Noi che siamo sospesi fra il non più e il non ancora, dobbiamo investire molto di più che nel passato sulla sostenibilità del pianeta a partire anche dalle nostre scelte e dagli stessi comportamenti quotidiani: siamo convinti che la popolazione “anziana” possa assumere un ruolo importante in questa direzione, creando una solida alleanza con le nuove generazioni.
ln questo contesto abbiamo scelto, con ottime ragioni, di indagare quanto succede in Europa e non solo in Italia e nella nostra regione. La ricerca analizza più di 50 progetti realizzati in 15 dei 28 Paesi della Comunità Europea e disegna uno spaccato di grande interesse. Ovviamente molte altre sono le esperienze, le sperimentazioni attive nel nostro continente: il nostro lavoro quindi non finisce qui, ma ha l’ambizione di poter essere via via aggiornato con successivi approfondimenti e di delineare uno scenario che far ben sperare.
Una Regione, un Paese, una Europa con tante persone che vivono a lungo e bene sono un obiettivo importante e affascinante, per il quale è bello lavorare.