Quella della strage alla stazione fu una giornata terribile per Bologna, ma venne anche segnata da una straordinaria solidarietà collettiva, fatta di tante storie individuali come quella di Agide Melloni, l’autista dell’autobus numero 37

Testimonianza di Agide Melloni

Era un sabato mattina, molto caldo, avevo 31 anni e lavoravo come autista all’Azienda consorziale di trasporto di Bologna, guidavo insomma gli autobus di linea. Quel giorno ero di servizio ma alle 10:25 ero in pausa e mi trovavo a qualche centinaio di metri dietro la stazione, in piazza Unità d’Italia. Alle 11 sarei tornato in stazione per riprendere il lavoro, per guidare un autobus che fermava proprio nel piazzale della stazione.
Il boato dell’esplosione l’ho sentito molto forte, avevo attorno molta gente e per un attimo ci fermammo tutti. Era un boato secco, improvviso, molto forte, un rumore che nessuno di noi aveva mai sentito prima. Come si dice a Bologna, “non lo battezzammo subito”, non sapevamo cosa fosse. Una bomba che ti scoppia a poca distanza non assomiglia neanche al rumore che senti nei film.
Soltanto quando sono arrivato sul ponte di Galliera ho capito che nella mia città stava accadendo qualcosa di molto grave. Dal ponte di Galliera si vede tutta l’area ferroviaria: un’ala della stazione non esisteva più, era un cumulo di macerie da cui spuntava un ammasso di travi e lamiere, si alzava una lunga colonna di fumo e un odore che non conoscevo e che poi ho capito essere la polvere da sparo contenuta nella bomba. Nell’aria percepivo questo strano silenzio, che era come irreale perché dal punto dell’esplosione arrivavano urla, rumori di persone che fuggivano o che si avvicinavano per prestare i primissimi soccorsi.
Accelerai il passo e dentro di me mi chiedevo come avrei reagito, che cosa avrei fatto. In un momento come quello inizi a elaborare una serie di stati d’animo che poi ti condurranno a reagire. Ancora oggi rivedo ogni momento di quella giornata come se avessi un super8 nella testa. Arrivato sul piazzale pensai subito di andare a donare il sangue, cosa che facevo abitualmente. All’Avis, vicinissima alla stazione, mi dissero che non ce n’era bisogno e quindi tornai indietro. Erano circa le 10:45, meno di mezz’ora dallo scoppio.
C’erano molte persone in qualche modo colpite dall’esplosione, con ferite leggere o contusioni o semplicemente stordite dal boato e dall’impatto, che scappavano ma senza rendersi ben conto di cosa stavano facendo, perché qualcuno si allontanava e poi tornava o si aggiravano chiamando ad alta voce dei nomi delle persone che erano con loro al momento dello scoppio. Tanta gente, tanti passanti iniziarono a prendersi cura di queste persone ferite o disorientate. Dai bar, dagli alberghi, dai negozi davanti alla stazione uscivano lavoratori e clienti per vedere cosa stava succedendo e un attimo dopo per prestare aiuto a chi aveva bisogno, magari a tamponare le ferite con i fazzoletti o a far sedere e confortare chi non stava bene.
Le auto si fermavano e caricavano i feriti per portarli verso gli ospedali, senza preoccuparsi del sangue né di altro. Si pensava solo ad aiutare. Nel frattempo nella mia Bologna “chiacchierona” la voce di quello che stava succedendo si era già sparsa e arrivava continuamente gente, magari solo a vedere ma che poi si improvvisava in mille modi per essere utile. Oltre a chi aiutava a scavare c’era gente che regolava il traffico, alcuni mettendosi un fazzoletto attorno ad un braccio per farsi riconoscere, fermava le macchine quando arrivava o partiva un’ambulanza.
Chi scavava tra pezzi di cemento, lamiere, tondini d’acciaio piegati lo vedevi con le mani già sanguinanti, qualcuno andava nei negozi a comprare guanti da lavoro per scavare più agevolmente, nessuno sembrava davvero preoccuparsi di altro se non di aiutare, spostare le macerie, fare spazio perché si potesse estrarre un ferito o il corpo di una vittima, o addirittura qualche povero resto umano.
Sul piazzale, al momento dell’esplosione c’erano degli autobus in sosta ai capolinea. Questi mezzi, in modo del tutto non programmato, si trasformarono in mezzi di soccorso che si rivelarono poi molto importanti, perché oggi sappiamo che furono salvate delle vite. In un primo momento chi era scampato all’esplosione li usò per ripararsi nel timore di un’altra esplosione, perché nessuno sapeva cosa era accaduto e cosa poteva ancora accadere in quei minuti.
Racconto sempre solo quello che ho visto in prima persona, quello di cui sono certo: gli autisti degli autobus non hanno aspettato ordini da nessuno, quando hanno visto che le vetture erano piene (e non solo di feriti) sono partiti. Tra l’altro per muoversi dal piazzale c’era bisogno dell’aiuto di altre persone perché la strada era disseminata di detriti, di pezzi di lamiera, di ostacoli di ogni tipo. In questo modo è stato possibile portare molto velocemente una gran quantità di persone verso gli ospedali, ancor prima della macchina dei soccorsi che pure fu rapidissima ad attivarsi e a far arrivare sul piazzale mezzi dei vigili del fuoco, ambulanze, le autorità che dovevano organizzare i soccorsi. In quel momento tutta l’attenzione era rivolta a salvare le vite di chi era rimasto ferito anche in modo grave.
Le vittime estratte dalle macerie venivano adagiate davanti all’atrio della stazione, coperte con delle lenzuola. Senza neanche parlarci, come se fosse un’idea comune, iniziammo a togliere da uno degli autobus i pali dei mancorrenti che erano a metà delle porte di salita e discesa e impedivano di caricare le barelle improvvisate. E con grande cura iniziammo a spostare i corpi delle vittime e ad adagiarli all’interno dell’autobus. Avevamo la consapevolezza che verso quei corpi, a volte orrendamente straziati, dovevamo avere un atteggiamento di riguardo, di affetto, di rispetto… per ridare loro tutta la dignità che chi li aveva uccisi aveva provato a togliergli. Quando l’autobus fu pieno di questi corpi ben allineati e disposti con cura, visto che l’autista si era allontanato mi misi io al posto di guida, ingranai la marcia e cominciai a fare questi viaggi, questo servizio di accompagnamento dei corpi verso le camere ardenti. Fino alla tarda serata di sabato li portai in fondo a via Irnerio dove c’era la camera mortuaria. Quando purtroppo fu piena, per tutta la notte li portai all’obitorio dell’ospedale Malpighi. Era sempre un momento molto difficile, non si trattava più solo di guidare un autobus; arrivavo davanti all’obitorio dove erano stati indirizzati i parenti, che aspettavano senza sapere se su quell’autobus ci fosse il corpo della persona amata. Uno strazio terribile.
Accanto a me c’era sempre un medico o un agente di polizia o un carabiniere. Davanti e dietro le auto di scorta. Sulle strade che percorrevo c’erano sempre due ali di folla a destra e a sinistra. Sapevano che quell’autobus purtroppo sarebbe poi ripassato un’altra volta, si erano resi conto dell’enormità di quanto era accaduto. Per tante ore stettero lì, fermi e silenziosi a testimoniare con la loro presenza da una parte la volontà di rispondere ad un gesto di violenza inimmaginabile e dall’altra l’affetto della città verso le persone che avevano perso la vita. Era un modo di partecipare magari anche per chi non se la sentiva di andare in stazione ma non voleva allontanarsi. Altre persone erano in piazza maggiore e stettero lì l’intera giornata a manifestare con la loro presenza la risposta che Bologna stava dando, coralmente.
Quello che è accaduto a Bologna è stato qualcosa di grande, non di eroico; il mio pensiero è che quel giorno non ci sono state né persone speciali, né eroi. Ci sono state, insieme, tantissime persone normali, quelle che ti passano di fianco ogni giorno in modo anonimo, che in quel momento particolare sono stati parte della Storia e delle singole storie personali. Io stesso mi considero e voglio essere considerato uno tra i tanti, che si è trovato a svolgere un servizio simbolico e importante, ma della stessa importanza di quello che hanno fatto in tanti e in tante forme diverse.
Ricordo sempre quella vecchina che è arrivata con in una mano una ciotolina di metallo con dentro un batuffolo di cotone e nell’altra un flaconcino di alcool. Quel giorno quel batuffolo di ovatta e quell’alcool sono stati di straordinaria importanza non solo perché hanno aiutato a tamponare delle ferite ma sono stati portatori di un messaggio. Quella signora, senza dire una parola, ha voluto dire: io ci sono, sono qui con la mia gente e voglio cercare di fare tutto quello che rientra nelle mie possibilità per confortare e aiutare, ma anche per rispondere e reagire. È stato uno dei mille momenti di cui sono stato testimone quel giorno, ognuno dei quali assume un’importanza incredibile.

© Argentovivo/Liberetà

La strage del 2 agosto fece 85 morti (oltre a 200 feriti). La più giovane (Angela) aveva tre anni, il più anziano 86. Le loro biografie si possono leggere sul sito istituzionale della Regione (https://www.assemblea.emr.it/cantiere-due-agosto/biografia-delle-vittime). Agide Melloni oggi è pensionato, ma continua attivamente a tramandare la memoria di quel giorno, soprattutto incontrando gli studenti, che nel 1980 non erano ancora nati.