Si è parlato degli usi e degli abusi della Memoria alla Camera del Lavoro di Reggio Emilia. Un’iniziativa promossa dal sindacato pensionati Spi-Cgil, dal coordinamento donne Spi di Reggio Emilia e dell’Emilia-Romagna, insieme alla Rete degli studenti medi in occasione della Giornata della Memoria 2023.
Tra le promotrici il coordinamento donne Spi Reggio Emilia, per il quale parla Maria Nella Casali: “Il tema per noi è quello di valorizzare, nel giorno della liberazione di Auschwitz, non soltanto il tema delle vittime dell’olocausto e quindi dell’antisemitismo ma la radice che ha costruito e che ha determinato le ragioni dello sterminio e quindi ragionare sul perché l’antifascismo è uscito da questa visione collettiva e perché sono entrati a far parte odio, antisemitismo, razzismo, xenofobia proprio a vent’anni di celebrazioni diffuse nelle scuole e sul territorio: è qualcosa che ci interroga e su cui ci interroghiamo cercando di capire cosa non ha funzionato”.
Una domanda pertinente: cosa non ha funzionato a oltre vent’anni dall’istituzione per legge della Giornata della Memoria? Sono aumentati in modo esponenziale atti e linguaggi di razzismo, di intolleranza e retoriche nazionaliste anche in Paesi come il nostro in cui le politiche della Memoria hanno assunto una propria centralità. Dunque è necessario fare un bilancio per rilanciare la trasmissione del sapere storico.
Spiega Davide Conti, storico e consulente della Procura di Bologna: “L’utilizzo pubblico della Memoria può essere uno strumento di formazione alla cittadinanza ma allo stesso tempo di strumentalizzazione del rapporto tra il passato e il presente. È per questo che la trasmissione del sapere storico incide e deve incidere in maniera formativa, profondamente, sulle nostre coscienze, sulla nostra formazione alla cittadinanza repubblicana perché dentro queste profonde radici si formano le nuove generazioni che hanno ricevuto dal passato un testimone importante, di grande peso storico, politico, sociale, culturale e direi costituzionale. In questo senso sentiamo nelle Giornate delle grandi date celebrative della Repubblica, il 25 aprile, il 2 giugno, il 1° maggio… il punto fondamentale del nostro patto collettivo cioè del nostro modo di stare insieme nel mondo”.
Gli fa eco Francesca Vergallo, della Rete degli studenti medi di Reggio: “Ormai i giovani non possono più guardare in faccia le persone che hanno vissuto direttamente quello che è accaduto durante la guerra e questo forse rappresenta un momento di stacco visto che comunque la Costituzione è stata ideata 75 anni fa ed è fondamentale per capire anche la Resistenza e la lotta antifascista. È complesso anche ragionare sul tema dell’antifascismo e spesso i giovani non riescono neanche più a capire cosa sia l’antifascismo, cosa sia stato il fascismo e perché è sbagliato ritornare alle posizioni neofasciste. Secondo noi bisogna cercare di dare appunto maggior importanza all’antifascismo all’interno e all’esterno delle scuole”.
In questa iniziativa le donne dei Coordinamenti donne Spi regionale e di Reggio Emilia hanno proposto una riflessione a tutto campo anche sulla Memoria delle conquiste del movimento femminile.
Patrizia Maestri, intervenuta a nome della segreteria regionale Spi, spiega: “Vorremmo anche prendere una posizione sul fatto che riteniamo che il femminismo non possa essere di destra. È importante sicuramente che oggi ci sia la prima donna Presidente del consiglio ma credo che questo non sia sufficiente per pensare a un femminismo di destra. Noi donne di sinistra, donne del sindacato crediamo che i valori del femminismo siano nella sinistra”.

DESTRA E FEMMINISMO
“Quando mi viene posta la domanda che cosa è la destra – afferma Marcella Corsi, docente all’Università di Roma La Sapienza – mi rifaccio sempre alle parole di uno dei miei maestri spirituali, e cioè Norberto Bobbio. Chi è di destra pensa che le diseguaglianze tra gli esseri umani siano naturali e come tali irreversibili. E quindi le politiche che si ispirano a questo concetto non cercano di ridurre le diseguaglianze, anzi giocano sulle diseguaglianze per dare più potere a chi già ce l’ha. Il femminismo (ma sarebbe meglio parlare di femminismi) non è una battaglia tra diversi ma una battaglia comune per aumentare il grado di civiltà. Per questo non si può parlare di femminismo di destra”.
Molti movimenti e partiti sovranisti e neofascisti, cioè nati come reazione ai grandi cambiamenti sociali, sono stati guidati in questi anni da donne e spesso da donne giovani, come avviene in Italia oggi. “Questa è una novità rispetto al concetto di Memoria di cui abbiamo discusso. Sono donne che si fanno nemiche delle donne e a volte si dicono anche femministe in base a una lotta tra donne native e donne migranti. È un fenomeno che viene chiamato ‘femonazionalismo’, quindi uno pseudo-femminismo di destra che lotta contro i migranti e di cui è tipica la battaglia contro il velo islamico”.
Manuela Caiani della Scuola Normale Superiore Pisa-Firenze sottolinea un ulteriore elemento: “I partiti populisti e i partiti di destra radicale sono in grande ascesa e in questa ascesa cercano di normalizzare la propria presenza. Le donne sono sempre più leader e un campo politico bollato come misogino ha infranto il cosiddetto soffitto di cristallo, quello che impedisce alle donne di emergere in posizioni di vertice. C’è quindi una precisa politicizzazione del concetto di genere all’interno dei partiti di destra radicale: nell’agenda politica di Fratelli d’Italia c’è la difesa della famiglia “naturale” (quindi eteronormativa) sul modello dell’ungherese Orbán. Giorgia Meloni si è inoltre autodefinita una outsider, quindi ha cercato di rafforzare con il suo essere donna una immagine della destra radicale come movimento politico di rottura rispetto all’establishment. Portando insieme una antica analogia (tipica del fascismo e del nazismo) tra donna e madrepatria”.