di Marco Sotgiu
Incontriamo Liliana Cavani, 92 anni, carpigiana, regista cult del cinema italiano e internazionale (basti pensare a Il portiere di notte e a Francesco con Mickey Rourke) al cinema Rosebud di Reggio Emilia, per la proiezione del documentario Prima Pagina: La donna nella resistenza, trasmesso per la prima volta da Rai Due il 9 maggio 1965.
“Avevo vinto uno dei concorsi che allora la Rai faceva per ‘personale di concetto’, ma non avevo certo voglia di fare la funzionaria e così proposi alcuni documentari tra i quali questo, che per la prima volta, a venti anni dalla Liberazione, raccontava le storie di donne partigiane”.
La sala è gremita e Liliana Cavani risponde nel suo modo conciso e pacato a tutte (sono solo le spettatrici che pongono domande e riflessioni, come sempre quando si parla di condizione femminile). Ma su un argomento si appassiona: è vero, queste sono storie degli anni Sessanta, ma con tutti i progressi fatti (il voto, il divorzio, il diritto all’aborto legale) ancora oggi le donne sono discriminate sul piano sociale e soprattutto lavorativo. “Se scorrete i nomi dei consigli di amministrazione delle aziende guardate quanti pochi nomi femminili ci sono. E poi le differenze salariali a parità di lavoro rimangono uno scandalo”.
Nel documentario, che è visibile sul sito delle Teche Rai (https://www.teche.rai.it/2022/01/la-donna-nella-resistenza-per-non-dimenticare/), le donne si raccontano con grande semplicità
“Sì – ricorda Cavani – rievocavano imprese militari pericolose con il tono dimesso con cui si raccontano gesti di tutti i giorni, quasi a rivendicare la normalità delle loro azioni eroiche, la reazione naturale a un sopruso. Non c’è nessun accento epico in Germana Boldrini, la giovane bolognese che lanciando una bomba a mano aveva dato il segnale d’attacco nella battaglia di Porta Lame. O nella modenese Norma Barbolini, che a 24 anni aveva preso la guida della sua banda subentrando al fratello rimasto ferito. A me interessava restituire alle combattenti piena dignità di azione: erano capaci di guidare i partigiani e di usare il mitra al pari degli uomini. Si usciva in questo modo dalla logica subalterna del puro affiancamento”.
Purtroppo per tanti anni, sicuramente per i primi venti dopo la fine della guerra, il ruolo delle partigiane (non solo staffette ma anche combattenti) è rimasto misconosciuto: “Prendere atto del loro lavoro prezioso – spiega ancora la regista – avrebbe significato mettere in discussione un’organizzazione rigidamente patriarcale. Non è un caso che anche il mio documentario ebbe una scarsa circolazione. L’Anpi non fece niente per divulgarlo: la guerra partigiana doveva rimanere una cosa tra uomini”.
Anche le torture e le sevizie subite dai nazisti rimasero a lungo un argomento tabù anche nella sinistra italiana: “Non tutte riuscirono a raccontarmi le sevizie e io non le forzavo. Adriana Locatelli rese la sua testimonianza a occhi socchiusi per il fastidio della luce che le ricordava la violenza abbagliante degli interrogatori. Le avevano strappato i denti e i capelli, sbattuta al muro, lunghi aghi roventi sul corpo per otto giorni: ma lei non rivelò nulla della sua banda. Ne portava ancora i segni, ma aveva il tono di chi aveva fatto solo il suo dovere. Tutte si portarono dietro il peso delle violenze ma senza farne parola, perché i compagni preferivano dimenticare. È l’aspetto che più mi colpì: il mio film Il portiere di notte nasce da lì”.
E poi il racconto di un episodio della sua vita, a soli undici anni: “Ero uscita presto, quella mattina del 17 agosto del 1944, quando vidi arrivare un nugolo di biciclette: erano tutte donne che piangevano disperate. Le seguii fino alla grande piazza centrale di Carpi dove per terra giacevano sedici corpi scomposti, uno sopra l’altro, disordinatamente ammassati. Una rappresaglia dei militi della Repubblica sociale, la sera prima. Le guardie di Salò impedivano alle donne di abbracciare quelle povere spoglie, ma io riuscivo a vedere tra le loro gambe perché ero piccola: ricordo ancora il sangue raggrumato”.
Quello che colpisce in tutte le testimonianze è l’assenza di odio.
“Questa è la fortuna e la disgrazia delle donne, che difendono comunque la vita. È una spinta naturale che si fa etica. Ma quanti uomini se ne approfittano? Quel documentario parla delle donne della Resistenza ma continua a interpellarci oggi: la guerra partigiana fu la premessa di un riscatto femminile mai completamente compiuto. Qual è la condizione femminile nel nostro tempo? Ottant’anni dopo il bilancio è desolante”.