Il Covid-19 ha segnato profondamente la nostra organizzazione sociale, soprattutto mettendo in chiaro il ruolo fondamentale della sanità pubblica. Oggi occorre mettere mano a tutto il comparto socio-sanitario perché un’emergenza così, se dovesse presentarsi di nuovo, non abbia effetti tanto disastrosi.

Bruno Pizzica, segretario generale Spi-Cgil Emilia-Romagna

Ci sono molte cose sulle quali intervenire per rispondere alle tante domande che la fase pandemica del Covid-19 ha posto a tutto il mondo, e, nel nostro piccolo, anche alla nostra Regione, alle nostre Istituzioni sanitarie, alla società nel suo complesso.

Scaldiamo i motori” scriviamo in altra parte delle nostre pagine e ci riferiamo in particolare alle iniziative di mobilitazione già programmate a livello nazionale, sia dalle confederazioni sia da Spi Fnp Uilp. È giusto e importante che si sia scelto di lavorare da subito a una fase di mobilitazione sostenuta: la posta in gioco è più alta che mai, ci sono risorse ingenti a disposizione, saranno tanti gli appetiti che si scateneranno ed è bene provare a giocare il nostro ruolo di rappresentanza senza troppa ritrosia e con determinazione.

Le richieste che poniamo, dal Lavoro alle infrastrutture per sanità e scuola, all’equità fiscale, al Mezzogiorno, al futuro dei nostri giovani corrispondono ad una istanza di Paese nuovo che finalmente sappia dare senso concreto alle priorità e promuovere non solo crescita nominale, ma sviluppo fatto di economia, finanza, lavoro, coesione sociale: giustizia sociale, da sempre la grande cenerentola delle politiche del nostro Paese.

Abbiamo da giocare una partita importante anche a livello regionale e locale. Si è detto che il nostro sistema sanitario e socio-sanitario ha retto all’urto drammatico della pandemia. È certamente così, ma troppe fragilità sono emerse e hanno costituito un forte elemento di criticità nella lotta per colpire il virus e i suoi effetti.

Il sistema sanitario regionale ha mostrato alcuni punti di debolezza, primo fra i quali quello di non essere riusciti a rendere concretamente efficace l’obiettivo delle Case della Salute. Ne sono state aperte una ottantina sul territorio, ma solo in pochi casi siamo stati in grado di realizzarle fino in fondo: con i medici di medicina generale, tutte le specialistiche, gli ospedali di comunità, che sarebbero stati preziosi nell’intercettare i contagi meno impegnativi. Il sistema di prevenzione attiva esercitato sul territorio è stato uno dei fattori di maggior rilievo nell’individuare e selezionare i contagi, scremandoli ed evitando l’afflusso di massa negli ospedali: lo è stato, ma solo quando è riuscito a partire concretamente. Quindi gli ospedali: difficile prevedere la necessità di un numero così elevato di posti di terapia intensiva (e si è già provveduto ad allestirne un numero significativo), ma in diversi casi sono emersi problemi legati a strutture vecchie con cameroni da 6 posti letto, del tutto inadeguati al bisogno.

Su questo si sta lavorando e per fortuna, il Covid ha finalmente decretato che la sanità deve essere pubblica e che ha bisogno di finanziamenti certi e congrui. Più indietro continuiamo a essere sulle strutture residenziali per anziani e sul sistema nel suo complesso. Facciamo una affermazione: se oggi ci trovassimo di fronte ad una seconda ondata epidemica (evento certo non scongiurato), nelle Case per anziani saremmo allo stesso punto di inizio anno: personale non sempre sufficiente e non preparato ad affrontare emergenze sanitarie, strutture logistiche senza spazi adeguati a consentire necessità di isolamento, integrazione con il sistema sanitario ancora incerta, capacità di controllo e di governo delle diverse situazioni da costruire. E per quanto riguarda la possibilità di tenere vive le relazioni tra ospiti e parenti, sono state adottate misure che, in molti casi, semplicemente la rendono fruibile solo in modo limitato.

Siamo consapevoli che si tratta di situazioni molto complesse e che ci si è trovati di fronte a un evento del tutto imprevedibile per dimensioni, pericolosità, rapidità nei contagi. Ma proprio per questo c’è bisogno di attrezzare il sistema da subito mettendolo in grado di reagire e contrastarle.

Spi Fnp Uilp hanno presentato alla Presidenza della Regione un documento dettagliato con una serie di proposte di misure da adottare per mettere in sicurezza il sistema che non è solo quello delle Case residenza ma comprende anche la domiciliarità e le semiresidenze, e più in generale la capacità di intervento sulle fragilità. Il Covid-19, a suo modo e in circostanze drammatiche, ci ha posto domande che richiedono e possono avere risposte, ci ha offerto in un certo senso una opportunità. Quella di fare i conti con le tendenze demografiche del Paese e della regione, di definire meglio i bisogni che si determinano, di individuare le risposte possibili e su queste investire, sapendo che non si tratta di risorse sprecate, ma di investimenti che riguardano la comunità nel suo insieme.

Una esigenza che il sindacato pensionati pone da tempo: ci dicevamo ogni volta “bisogna far maturare la consapevolezza” di certe dinamiche e della necessità di prepararsi per tempo. Il Covid-19 lo ha accorciato il tempo e per questo non possiamo più perderne troppo.