Ha lo sguardo fisso, carico di disperazione, Josepha, donna del Camerun, salvata ieri dalla “Open arms” dopo essere rimasta aggrappata per 48 ore ad una tavola di legno nelle acque libiche.

La foto che la ritrae mentre uno dei suoi salvatori le accarezza il viso, ha fatto il giro del mondo, così come la notizia che, insieme a lei, c’era un’altra donna e c’era un bambino di pochi anni.
Entrambi morti, recuperati a bordo della stessa imbarcazione.

“Si sono rifiutate di tornare in Libia e perciò abbandonate in acqua dalla guardia costiera libica”…”Non è vero, tutti sono stati salvati”…

La verità, forse, verrà a galla. Restano gli occhi di Josepha nei quali si specchia la sua anima, resta l’altra donna pancia in giù nel mare, resta il bambino morto senza aver avuto modo neanche di conoscerla, la vita.

E resta Salvini, quello che parla come “papà” e che si affretta ad una immediata, non richiesta, azzardata difesa dei libici.

Peccato che Papà Salvini non abbia trovato una sola parola di pietà per quel bambino: in fondo è solo un “incidente” nella storia che sta scrivendo, che cerca di imporci e alla quale non possiamo rassegnarci.

Bologna 18.07.2018