Ventotto anni, una laurea in sociologia e una “carriera” da precario. Naturalmente Enrico Monaco è molto di più di questo, ma nel suo rapporto con il sindacato pensionati non si è sottratto a fare il ruolo del “voucher vivente” proprio per mostrare alle persone cosa significa vivere oggi in un mercato del lavoro precarizzato

M. So.

Lo Spi-Cgil di Modena ha chiesto a un giovane, Enrico Monaco, di raccontare nelle assemblee la sua condizione di lavoratore a voucher. Gli abbiamo chiesto di condividere questa esperienza.
“Dal 2013, dopo la fine degli studi – spiega Enrico – ho iniziato a cercare lavoro: alla fine ne ho cambiati una decina e ho sperimentato le tante forme di precarietà esistenti. L’esperienza più lunga è stata quella ‘a partita Iva’, come consulente previdenziale. Ho fatto il servizio civile con l’Arci, il procacciatore d’affare, il dialogatore (quei ragazzi che lavorano in strada con i banchetti per le grandi Ong, per capirci), ho lavorato a voucher per una pizzeria: portavo le pizze di sera e di notte in motorino, tra l’altro senza nessuna copertura infortuni. Ho preso quello che trovavo”.
Cosa vuol dire lavorare con i voucher?
“Il voucher non è una forma contrattuale, di fatto era una forma di retribuzione di uno stipendio e come tale non prevedeva nessun tipo di regolamentazione. Sapevo gli orari di lavoro di settimana in settimana e se mi veniva richiesto di lavorare di più lo facevo perché quando sei in quelle condizioni non hai sostanzialmente modo di dire di no. Il tuo rapporto di lavoro è una forma di contrattazione continua con il tuo datore di lavoro, è una trattativa uno a uno. Chi lavorava a voucher versava pochissimi contributi, aveva coperture solo formali”.
E che reazioni hai avuto nelle assemblee dello Spi?
“Quando hai di fronte persone che hanno più di 65 anni (e nelle assemblee dello Spi c’erano anche dei centenari) sei capito meglio di quando parli con un cinquantenne, magari con i tuoi genitori. Questo perché gli anziani hanno provato sulla loro pelle cosa significava lavorare senza i diritti. Da loro mi è venuto in prima battuta un sentimento di indignazione, per alcuni fino all’incredulità. E questa è stata un’esperienza forte per me. Poi una solidarietà non solo a parole, tantissimi mi hanno chiesto cosa potevano fare”.
E cosa possiamo fare come sindacato pensionati?
“La cosa che ho ripetuto spesso e sulla quale ho trovato sintonia è che come ci sono giovani che vivono nella precarietà e nell’impossibilità di costruirsi una vita autonoma e dignitosa, così ci sono tanti anziani che hanno delle pensioni che non consentono una vita accettabile. Anzi, io da giovane ho l’idea comunque di poter migliorare la mia condizione, un pensionato non ce l’ha. La prima cosa quindi è riconoscersi tra persone che vivono una condizione di difficoltà. Il secondo passo è che tutte queste persone che vivono in una situazione economica e sociale difficile, per ragioni molto diverse tra loro, abbiano un sentire comune e si impegnino in una battaglia insieme. Oggi la controparte non è tanto il padrone della fabbrica, ma magari una persona dall’altra parte del mondo che sposta con un clic interi capitali finanziari. Sono le decisioni prese a livello europeo e di conseguenza le politiche di bilancio del Governo. Riconoscere chi soffre e chi invece sfrutta la sofferenza per il proprio arricchimento è la base per una battaglia comune per recuperare diritti, dignità e una prospettiva di vita”.
Hai avuto l’impressione, sembra di capire, che in fondo gli anziani non sappiano fino in fondo qual è la situazione dei giovani precari.
“Ho avuto l’impressione che lo Spi nella sua base sia molto composito, con sentimenti anche contrastanti. Alcune persone mi hanno posto il problema che i giovani non hanno voglia di lavorare. Oppure se hanno davvero voglia di impegnarsi e la capacità di ribellarsi. Io ho sempre risposto che questo è un fatto molto soggettivo e soprattutto non è facile. Io stesso ho pagato un prezzo in fatto di prospettive di lavoro, quando mi sono esposto così pubblicamente. Alcuni anziani conoscono meglio il problema, perché hanno dei nipoti che lavorano con i voucher o con la falsa partita Iva. Altri non hanno questa conoscenza diretta e con loro è stato più utile parlare”.
“Spesso gli anziani si sentono un po’ impotenti – conclude Enrico – sentono di non riuscire a influire sulla realtà. Ma chi è giovane ha molto bisogno di sentir raccontare le loro storie, di quando lavoravano e di quando si sono resi indipendenti perché questo ci aiuta a capire un percorso che già è stato fatto. È un grande stimolo a trovare energie individuali e soprattutto collettive, un vero potenziale di riscatto per i giovani”.