Nata nel 1925, Amalia Geminiani, è stata testimone di quasi un secolo di storia italiana. Sempre impegnata, da staffetta partigiana a presidente dell’Udi della sua città, sul fronte dei diritti dei lavoratori e delle donne

di Marco Sotgiu

Se non ci fossero state le donne… Detta così sembra la battuta di un vecchio film. Ma pronunciata da Amalia suona in un altro modo: “Come diceva Boldrini, se non ci fossero state le donne… non si sarebbe fatta la Resistenza”. Arrigo Boldrini (nessuna connessione con la presidente della Camera) è il “comandante Bulow”, uno dei più grandi combattenti partigiani e primo presidente dell’Anpi. Amalia Geminiani la incontriamo nella sua casa di Castrocaro in un momento molto particolare della sua lunga e densa vita, mentre sta per trasferirsi in una struttura protetta per anziani. “È il periodo più difficile della mia vita, mentre non dovrebbe essere così, dovrebbe essere il più sereno”. Amalia a 93 anni è ancora la donna forte che ha partecipato alla Resistenza e alle lotte civili e democratiche del dopoguerra. Quando esprime le sue opinioni è chiara, netta, senza compromessi. Nella sua lunga vita Amalia è stata anche presidente per dieci anni della Casa protetta del comune e ancora prima aveva contribuito alla sua realizzazione lavorando nella commissione per l’assistenza comunale. “Allora c’erano le famiglie numerose e gli anziani rimanevano a casa, oggi molti di noi sono soli e hanno bisogno di essere assistiti. Io fin dall’inizio ho detto al comune che da soli non ce l’avremmo fatta, che avremmo dovuto batterci per avere dei fondi nazionali da stanziare per chi era in difficoltà”. Amalia parla degli anni Settanta, ma l’argomento è di straordinaria attualità. Oggi l’emergenza è ancora di più quella degli anziani soli e della necessità che lo Stato  finanzi il fondo per la non-autosufficienza.

I piani della sua storia personale e della Storia italiana si intersecano, come capita in fondo per tutti, proprio in questo episodio: “Sono diventata ‘presidente’ quando Napolitano è diventato presidente della Camera – dice Amalia con evidente ironia – e lui è sempre stato il ‘mio’ presidente. Avrei tanto voluto vederlo di persona. Quando è venuto in visita a Forlì io guidavo ancora la macchina per spostarmi, ma hanno chiuso tutto, non si poteva circolare e quindi non sono riuscita ad andare. Napolitano è del 1925 come me, lui di giugno e io di luglio, così non abbiamo nemmeno potuto votare per il referendum sulla Repubblica”.

Sulla vita di Amalia è stato realizzato un video, e lei stessa si è raccontata più volte. Mentre parla con noi la sua storia viene fuori sotto forma di “lampi” di memoria, a volte lontani nel tempo ma legati l’uno all’altro dal suo sguardo di donna fiera e oggi un po’ malinconica.

IL PRIMO MAGGIO

“Io ho imparato a conoscere il Primo maggio perché hanno picchiato mio papà. Tornavo a casa da scuola. Allora le case erano tutte su due piani: al piano terra si faceva il mangiare e di sopra si dormiva tutti su due letti matrimoniali, uno per i miei genitori e uno per noi sorelle. Vado di sopra a portare la borsa della scuola e trovo il babbo a letto. Corro giù dalla mamma, che stava rammendando: mamma il babbo è a letto, ma è ammalato? No, Amalia, vieni, mettiti qui vicino a me che ti racconto che cosa è il Primo maggio. Insomma, il nonno aveva mandato mio babbo al funerale di un amico. E per strada lo avevano visto i fascisti, vestito un po’ bene per l’occasione e l’avevano riempito di botte solo per quello. Il giorno della festa dei lavoratori giravano le squadracce fasciste ad aggredire chi gli capitava sotto mano, perché il sindacato e le camere del lavoro non c’erano più e chi voleva celebrare la festa del lavoro si dava malato”.

GLI SMS DEI PARTIGIANI

“Eravamo noi i cellulari ai tempi della Resistenza. Riuscivamo ad andare dove gli uomini non potevano andare, perché un ragazzo che girava in bici sarebbe stato sospetto. Per noi ragazze era più facile, anche se di pericoli ne correvamo. Tante donne hanno subito violenza ai tempi della guerra, io per fortuna l’ho scampata. Ma la cugina di mia madre venne violentata e questo fatto l’ha condizionata per tutta la vita. Giravo con i foglietti che dovevo portare ai partigiani. Mi ricordo soprattutto quando uscivo la sera, quando iniziava a far notte. Ricordo che mi impressionava passare accanto alle siepi, perché non si sapeva mai cosa poteva esserci dietro. Come staffetta partigiana io ‘sono nata’ con i Gruppi di difesa della donna, che avevano il compito (su base paritaria) di sostenere gli uomini impegnati nella lotta armata. All’inizio non sapevo nulla, avevo 17 anni e avevo a stento finito le elementari, così mi spiegarono che  avremmo aiutato i ragazzi che avevano rifiutato di partire militari perché quella era la guerra dei fascisti. Il mio era un gruppetto di dieci ragazze e non conoscevamo nessun’altra perché eravamo clandestine. Il mio paese, Alfonsine, era sulla Linea Gotica, e quindi noi comunicavamo ai partigiani gli spostamenti dei tedeschi. E poi per loro facevamo dei calzettoni, con la lana grossa di pecora e delle gallette solo di acqua e farina, che duravano delle settimane senza andare a male. Io le armi non le ho mai portate, ma mia sorella sì”.

SOLO UN BACIO

“Il mio Edoardo era nella 28ma brigata Garibaldi, quella guidata da Boldrini. È morto nelle valli di Comacchio il primo aprile 1945. Avremmo fatto vent’anni in luglio tutti e due. Quando mi disse che la sera sarebbe partito con i partigiani, volevo andare anch’io, anche se non ero poi tanto coraggiosa.

Con lui ci siamo dati solo un bacio, visto che erano altri tempi. Il primo bacio d’amore, è stata una cosa bellissima”.

PIPPO BOMBARDA

“La casa dove abitavamo noi è stata rasa al suolo. Tutti parlavano di Pippo, e io all’inizio non avevo capito cosa era, pensavo addirittura ad un angelo custode, perché stava in aria e tutti aspettavano che arrivasse. Una notte passava un camion dei tedeschi e per un attimo ha acceso le luci per vedere la svolta della strada e allora Pippo, che poi erano gli aerei tedeschi, immediatamente ha bombardato. Erano bombe a grappolo, ogni bomba grande come una bottiglia da un litro, unita ad altre 4-5. Io ero alla finestra, il babbo dormiva sul letto e la mamma era fuori. Ho proprio sentito l’aereo che ‘frenava’ e tornava indietro. Siamo riusciti a scappare ma le fine- stre erano tutte in frantumi e i letti crivellati di schegge. Così l’abbiamo scampata. Due vicini però sono morti, erano marito e moglie e per paura si erano fatti un letto in un fossato. Quella sera invece erano rimasti a casa perché dovevano fare il pane”.

LA GUERRA NON È FINITA

“Nel paese durante gli ultimi quattro mesi della guerra c’era un gran silenzio, si sentivano solo gli scoppi delle granate. Il 25 aprile all’improvviso abbiamo sentito un gran vocio gioioso, noi eravamo in campagna, vicino alla via Adriatica. Sono arrivati i partigiani, sono arrivati i partigiani!

Ero in bicicletta davanti all’ospedale e Francesco, che era amico del mio Edoardo, mi fa da lontano: Amalia fermati che ho una bella notizia da darti, è finita la guerra. Io rimasi di stucco. Come è finita la guerra? Per me incomincia adesso: il babbo non c’è più, non abbiamo più casa, siamo ospiti di parenti, non c’è più nulla, Edoardo non è tornato… Ci sono voluti quattro o cinque anni per riprendermi, non abbiamo potuto neppure seppellire il mio babbo che era saltato su una mina anticarro tedesca. Partecipavo alle manifestazioni, in mezzo alle piazze che si riempivano di gente, ma ero da sola con i miei pensieri tristi”.

DIVORZIO E ABORTO

“Mi sono sposata ma non è stato un bel matrimonio. Con lui ho fatto un figlio, anzi dico che la prima volta che ho fatto l’amore sono rimasta incinta. Un bravo figlio, sono contenta di averlo, la gioia più grande della mia vita è stata quando è nato lui. Il divorzio con mio marito non è stato facile, perché a quei tempi era così. Io sono stata presidente dell’Udi e la battaglia per il divorzio l’ho vissuta come una mia battaglia. La dignità della donna l’abbiamo dovuta difendere con i denti. E poi a Torino ho conosciuto Ada Gobetti (partigiana e medaglia d’argento al valor militare, Ndr) e con lei ho avuto una lunga corrispondenza, anche sulle questioni femminili e mi ha consigliata. Invece sulla questione dell’aborto all’inizio ero molto perplessa. Poi ho conosciuto una vicina che era stata costretta ad andare in Svizzera perché altrimenti avrebbe fatto un figlio menomato. Questo mi ha fatto capire come fosse importante per chi ha bisogno di poter decidere del proprio corpo”.

UNA LETTERA

“Sono andata tante volte nelle scuole medie a raccontare cosa è stata la Resistenza, cos’è il Primo maggio, per cosa abbiamo combattuto. Un ragazzo mi ha scritto questa lettera: ‘Credevo che fosse uno dei soliti incontri e invece mi sono trovato con una bella signora, gentile e umana, che mi ha fatto capire che non sappiamo niente del periodo del fascismo.’ Purtroppo è proprio così”.

(con la cortese collaborazione di Marzia Abbonizio)