Uno dei volti più noti di Telereggio, l’emittente leader di Reggio Emilia, Paola Guidetti lavora da anni nella Cgil e nello Spi ed è riuscita in un compito non facile: coniugare la comunicazione con l’impegno sociale
Ero già una giornalista, a Telereggio, quando ho avuto il mio primo contatto con il mondo sindacale. Come avviene nelle piccole redazioni facevo un po’ di tutto, dalla cronaca agli spettacoli, quello che si dice “andare a bottega”, cioè iniziare a lavorare senza passare dalle scuole di giornalismo come si fa oggi. Il direttore di Telereggio di allora, Paolo Pessina, mi propose di collaborare per qualche mese con l’ufficio stampa della Cgil.
C’era appena stata una piccola “rivoluzione”, nel senso che il giornalista Piergiorgio Paterlini, allora all’inizio della carriera, aveva realizzato una vera e propria agenzia stampa che alle 13 di ogni mattina portava nelle redazioni dei giornali, delle tv e delle radio tutte le notizie dalle varie categorie sindacali, scritte in modo giornalistico.
Paterlini era appena passato alla Gazzetta di Reggio quando entrai nell’ufficio unitario dei sindacati di via Premuda dove c’era il mitico Learco Benna, sigaretta in bocca, che pigiava come un forsennato sui tasti della macchina da scrivere. Dovevo rimanere pochi mesi e invece, dopo un passaggio per la Funzione pubblica, tornai a fare in pianta stabile l’ufficio stampa della Cgil di Reggio Emilia, continuando comunque a collaborare con Telereggio. Quando l’ufficio stampa era comune a tutte le categorie (compresi Auser, nato da poco, e Federconsumatori) c’era davvero un osservatorio a 360 gradi di tutto il sindacato reggiano. Compresa la fase delle Reggiane e della segreteria di Maurizio Landini. Poi le categorie decisero di rendersi autonome e così passai allo Spi. Tanti anni in cui abbiamo sperimentato un passaggio davvero epocale, quello verso le nuove tecnologie, passando dal volantino ai social.
Il passaggio allo Spi ha significato aprire altre finestre, lavorare sulla Memoria, sulla legalità, nel rapporto con le scuole. Lo Spi ha davvero aperto un mondo all’interno della Cgil perché è una categoria che investe sia sull’invecchiamento (che è una delle grandi emergenze di oggi), sia sulle nuove generazioni. Essere il filo conduttore tra le generazioni qualifica il lavoro che faccio, e qualifica credo anche la nostra società.
Lo Spi comunica verso l’interno e verso l’esterno. Parlare con i pensionati vuol dire coinvolgerli, farli sentire parte di un’organizzazione, anzi di una comunità, di una collettività, un valore che oggi rischiamo di perdere. Comunicare all’esterno vuol dire parlare dei problemi dei pensionati: mobilità, non autosufficienza, salute, solitudine… Io vedo il mio lavoro non come una semplice specializzazione ma come un sistema in cui i pensionati aiutano a costruire un processo di comunicazione verso il resto della società.
Lavorare come giornalista per il sindacato, rispetto al comune lavoro giornalistico, permette di connettere le questioni politiche con il cuore della società, con il lavoro, con le persone. Ci sono tematiche che mi interessano maggiormente, come quelle femminili o quelle più strettamente culturali. L’ho sentito ripetere proprio ieri da Lidia Ravera: curare l’anima è importante. Vuol dire accompagnare le persone, in tutte le fasi della vita, dall’adolescenza alla vecchiaia, attraverso la cultura e la conoscenza, quindi la cura dell’anima.
Le donne nel mondo del lavoro in generale sono davvero chiamate a compiere una grande fatica. Avendo una famiglia e dei figli l’ho toccato con mano: le donne devono fare i famigerati “salti mortali” per gestire lavoro e cura della famiglia. Ho dedicato una grande parte della mia vita ai miei figli e sicuramente molte cose che avrei voluto fare non le ho realizzate. Sembra banale, sembra scontato ma non lo è: per noi donne è tutto molto più difficile. Oltre al nostro senso di colpa, che spesso abbiamo per non aver fatto abbastanza, a volte questo sforzo non ci viene riconosciuto. C’è ancora un grosso peso da parte della società e di molti uomini rispetto al fatto che una donna si renda autonoma, per esempio attraverso il suo lavoro. Oggi poi il lavoro di cura non riguarda solo i figli ma sempre più spesso anche i genitori molto anziani, il cui peso ricade sulla componente femminile della famiglia.
Se gli uomini si facessero carico del lavoro di cura sarebbe questo l’unico modo per far loro comprendere cosa davvero significa essere presi in questa tenaglia lavoro-famiglia. Per capire qualcosa che ci è estraneo non serve che qualcuno ce la racconti, bisogna viverla in prima persona. In un mondo perfetto dovrebbe essere la regola anche per gli imprenditori nei confronti degli operai.
Ognuno dovrebbe “fare un giro di giostra”.