Femminista era mia madre e femminista sono sempre stata. Tiziana Poggiali racconta la sua Imola, il suo impegno nei movimenti delle donne e come infine è capitata allo Spi

Ho incontrato lo Spi in modo assolutamente casuale. Sono sempre stata iscritta alla Cgil ma non ho mai fatto attività sindacale. Un legame diciamo ideale, che però in questi ultimi anni è rimasto l’unico con un’organizzazione, anche se ho continuato a militare nel movimento delle donne. Devo dire che quando mi hanno chiesto “ma perché non vieni con noi…” non avevo neppure ben realizzato la mia condizione di pensionata.
Io ho conosciuto bene la Cgil di Imola, meno quella a livello nazionale. Forse non ricordo i nomi di tutti i segretari della Camera del lavoro, ma ricordo perfettamente i nomi di alcune figure di donne molto battagliere che sono state fondamentali per la nostra città.

E così dopo tanti anni ho deciso di sperimentarmi di nuovo in un’organizzazione “mista”, di donne e uomini. Alla fine devo dire che è stata un’esperienza molto importante: io ho portato forse la mia inesperienza, e dallo Spi ho ricevuto molto. Non nascondo che ho trovato un ambiente che mi ha ripresentato tutte le rigidità di un’organizzazione, a me che venivo dal movimento, e ho vissuto anche i mali collaterali di una certa rigidità, a partire dal percorso dell’ultimo congresso. Però il bilancio è positivo.
Il mio “imprinting” prima che dal movimento delle donne mi è stato dato dalla mia mamma, che era responsabile dell’Udi del mio paese e che ho sempre considerato più femminista di me per quello che lo si poteva essere ai suoi tempi. Sono nata in questo clima e l’Udi è stata la prima organizzazione in cui ho militato per arrivare poi al movimento femminista. Anche con qualche contrasto rispetto all’Udi che allora era una forma politica più tradizionale. Un percorso che mi ha portata venti anni fa a Trama di terre, l’associazione di donne native e migranti che per me è stato un punto di approdo: partire dal genere ha avuto come conseguenza il dialogo con le donne immigrate perché con loro avevamo un comune denominatore “totale” che era quello di essere donne.

Oggi, alla luce di questo lungo percorso, vedo la questione femminile in Italia in grandissima difficoltà perché quando c’è un arretramento, economico, sociale o di pensiero, chi paga il prezzo più alto sono i gruppi (non mi piace ragionare di categorie) di persone meno omologate. Noi donne, ma non solo, stiamo pagando un prezzo molto alto. Mi è rimasto il coraggio e la voglia di fare perché ho vissuto gli anni Sessanta e Settanta, anni in cui ho toccato con mano il fatto che le cose si potevano cambiare e si sono cambiate. Oggi tocco con mano il fatto che si può tornare indietro. Se guardo ai rappresentanti di questo governo come Fontana e Pillon vedo che le prime persone che vogliono colpire sono quelle che faticosamente in questi anni hanno fatto passi in avanti e hanno segnato dei mutamenti: le donne, ma anche per esempio il movimento omosessuale e transessuale.
La società capitalista, ne sono convinta, ha il maschilismo come perno. Quando il capitalismo impera, il maschilismo cercherà di risistemare queste “pedine” nel posto in cui voleva stessero e dal quale sono sfuggite. Riusciremo a fare muro e resistere? Non lo so.

Per quanto riguarda lo Spi e la Cgil è vero che ci sono le “quote” ma la sostanza è ancora lontana dalla parità e temo che quando ci sono processi involutivi, tutti ne siano toccati. È per questo che non sono così sicura che si riuscirà a fare argine.
Nonostante io lavori da vent’anni con un’associazione di donne italiane e migranti, oggi mi spaventano di più le posizioni di Fontana e Pillon di quanto non lo facciano le sparate di Salvini contro i migranti. Perché queste posizioni ci fanno arretrate tutti e tutte nel campo dei diritti economici, sociali e individuali e questo non favorisce la solidarietà e la voglia di combattere.
E le nuove generazioni? Io faccio più fatica, all’interno della Cgil, a parlare con le donne giovani ancora attive nelle categorie piuttosto che con le ragazze anche molto giovani di Trama di terre. Faccio fatica a individuare un impegno di genere nelle donne più giovani della Cgil. Può essere che, essendo Trama di terre non un’organizzazione vera e propria ma un punto di aggregazione delle tematiche femministe a Imola, ci sia più curiosità che impegno vero. Però non capisco come una donna pensi di cambiare il mondo se non parte da sé, come si diceva una volta. Certo ricette semplici non ce ne sono. Però non va bene pensare che le battaglie di tipo economico o salariale portino automaticamente a processi di emancipazione per le donne. Siamo tornati alla formula marxista secondo cui una volta ottenuti più diritti, valgono per tutti anche per le donne. È anche questo un ritorno indietro.

Parte del mondo maschile pensa che ormai le donne sono uguali agli uomini. Purtroppo molte donne si sentono uguali ma in effetti non lo sono perché hanno perso la capacità di mettere tutto in discussione, a partire dalla vita quotidiana, come abbiamo fatto noi. C’è una sorta di accettazione di un ruolo meno pesante e meno discriminatorio rispetto a tanti anni fa ma che è comunque un ruolo inferiore e che comporta più fatica rispetto agli uomini. Oggi va meglio si dice, ma questo non è abbastanza aggiungo io. D’altra parte una volta c’erano obiettivi più visibili, mentre adesso sono più subdoli, più ambigui. E quindi è necessario ragionarci di più per renderli visibili. Insomma che ormai la parità sia stata raggiunta me lo sento dire dagli uomini ma anche dalle donne. In un certo senso queste donne sono state raggirate senza che se ne siano accorte.
Il simbolo vero del maschilismo oggi è la violenza sulle donne, che si appaia alla violenza su chiunque sia diverso dal modello maschile. Però la violenza di genere è come un assioma che sta sopra tutte le forme di violenza e fa parte della divisione del mondo. Dopo c’è la violenza sui disabili maschi e femmine, sugli anziani maschi e femmine eccetera ma bisogna guardare in faccia una violenza, quella di genere, che è parte integrante di un rapporto di potere che si vuole continuare a esercitare. Questa idea non è ancora passata in molte persone, ma anche in tante organizzazioni e istituzioni: non è passata perché farebbe rimettere tutto in discussione e questo non sempre è piacevole.

Io sono sempre davvero convinta che il personale è politico. E quindi ogni mutamento si fa a partire da sé, si ha solo se ognuno e ognuna di noi cambia nel concreto le cose. Il pensiero, credo, nasce dalle cose. E quindi se non cambiamo le cose, non riusciremo a cambiare il pensiero.