“Come sindacato pensionati sottolineiamo il tema della sanità sul territorio. Perché sul territorio si decide come rispondere ai cambiamenti della domanda di salute da parte di cittadini. Siamo adesso a un punto di svolta: o riusciamo a dare una risposta efficace oppure il rischio è quello di tornare davvero indietro. Come Spi di Forlì Cesena Ravenna e Rimini, proprio perché siamo coscienti di quanto radicalmente cambierà la domanda di salute nei prossimi anni, abbiamo dato la priorità al lavoro sulle case della salute, uno dei punti centrali del nuovo piano socio-sanitario. Siamo convinti, per dirla in modo semplice, che nei prossimi anni avremo bisogno di più territorio e di meno ospedale”.

Cosa vuol dire in pratica? “Non diciamo – risponde Morellini – che gli ospedali servono di meno, ma servono degli ospedali integrati, ad alta complessità e con punti di eccellenza che non sono ripetibili ovunque. Ma è sul territorio che possiamo organizzare le nuove risposte: qui si può fare davvero prevenzione, integrare tutti i professionisti, integrare il sociale e la sanità, fare una medicina che metta al centro prima la persona e poi la malattia. Per farlo abbiamo bisogno di un luogo fisico di integrazione che sono appunto le case della salute”.

Proprio in questi giorni (scriviamo, per motivi redazionali, a fine luglio) si apre il confronto con l’azienda sanitaria unica sulla riorganizzazione ospedaliera, tema che è strettamente legato come abbiamo visto a quello del territorio. “Già adesso si lavora sulla riduzione dei posti letto negli ospedali e nella creazione degli Ospedali di comunità. Qualcosa si sta muovendo anche nei centri urbani maggiori della Romagna, dove finora non c’è nessuna casa della salute. Anzi dove non era neppure programmata alcuna apertura. Come sindacato pensionati vogliamo essere un pungolo perché dalle prime risposte che sembrano venire si passi alla realtà”.

Quali novità in concreto vi aspettate? “A Cesena è programmata – risponde Morellini – una casa della salute che non era prevista nel precedente piano socio-sanitario e speriamo di partire in breve tempo. A Forlì sappiamo che il direttore dell’azienda sanitaria ha annunciato in una conferenza stampa che anche lì si sta studiando dove collocare una casa della salute. Sappiamo che a Faenza sarà forse inaugurata già a settembre. Questi sono primi passi ma importanti e che vanno nella direzione di quanto abbiamo più volte chiesto”.

Ma c’è anche un altro aspetto cruciale per il futuro della sanità ed è quello del rapporto con i medici di base. “Non è un rapporto facile, ci sono resistenze difficili da sbloccare e atteggiamenti burocratici. Noi chiediamo che i medici di medicina generale lavorino sempre più insieme nelle case della salute. Sarà un passaggio molto delicato ma fondamentale”.

Quindi attraverso le case della salute passa molta innovazione. Ma per il sindacato pensionati c’è un significato supplementare: “Noi individuiamo le case della salute anche come luogo di ricostruzione del senso di comunità. Fare medicina preventiva vuol dire anche che le persone, le famiglie, le associazioni dei malati, le organizzazioni sociali devono trovare un luogo di partecipazione e appunto di ricostruzione della comunità. La nostra è anche una battaglia culturale perché i pensionati e i lavoratori comprendano questo cambio di paradigma. La cultura del territorio è ancora fragile; il nostro compito è anche far capire alle persone che dobbiamo prendere questa strada se vogliamo essere all’altezza della sfida del domani”.

A che punto siamo del percorso, secondo te? “Insieme alla Toscana, l’Emilia-Romagna è la regione che ha lavorato di più su questo tema e possiamo dire di essere avanti. In regione ci sono già 81 case della salute aperte, ne sono programmate altre 42; insieme copriranno il 60% della popolazione residente. Adesso vanno estese ai centri urbani dove è più difficile realizzarle. È anche un problema di equità tra i cittadini dei piccoli e dei grandi centri. Rimane il problema dei medici di base, che non potranno più lavorare da soli, nel loro studio medico, ma dovranno necessariamente mettersi insieme o per lo meno aderire ai programmi delle case della salute. Per favorire questo nuovo ruolo dei medici la Regione si sta muovendo anche istituendo nuovi corsi universitari che diano la formazione adeguata”.