Anche a Bologna il sistema sanitario e socio-sanitario è in una fase di grande evoluzione e il confronto con le istituzioni territoriali, dice Valentino Minarelli, è sostanzialmente “in sintonia” con quello in corso a livello regionale.

“I segnali però sono in parte contrastanti. Sicuramente è andato avanti il lavoro sui tempi di attesa delle prestazioni che adesso in alcuni casi rispettano il 90% dei termini previsti; anche se non è ovunque così. Ma c’è allo stesso tempo un problema molto sentito e cioè che la presa in carico effettiva del paziente da parte del servizio pubblico è ancora lontana. È il discorso per noi centrale delle case della salute, che ancora registrano ritardi. Se la sanità territoriale ha dei punti di debolezza e quindi la gente non avverte il senso di accoglienza attiva da parte della sanità pubblica, questo si ripercuote su tutto il resto e sul giudizio che della sanità viene dato”.

“Molti mesi fa – continua Minarelli – l’azienda sanitaria bolognese aveva enunciato una serie di novità, sulle quali però il confronto di merito non è ancora partito. Questo confronto (che abbiamo chiesto insieme a Cisl e Uil) è necessario che si concretizzi rapidamente. Anche perché a livello nazionale l’indirizzo appare completamente diverso: si è sempre di più centralizzato con l’idea di raggiungere uno standard a livello nazionale. Però senza considerare che in questo modo si toglie alle regioni un ruolo strategico di innovazione. In regioni come l’Emilia-Romagna si rischia, anziché di migliorare la qualità del servizio, di avere degli arretramenti. Parlerei di una fase di sofferenza nei territori perché il sistema è in affanno e in attesa di avere indirizzi precisi”.

Di passi in avanti se ne vedono, a partire dalla vicenda del pagamento dei ticket anche per le prestazioni che non vengono disdette, e che ha portato a un aumento delle prestazioni effettivamente effettuate. Ma, abbiamo chiesto a Minarelli, qual è il punto di svolta che al di là dei singoli interventi può segnare il rilancio della sanità regionale? “La chiave di volta sono le case della salute. Il cittadino deve potersi rivolgere al medico di medicina generale che lo indirizza allo specialista che gli costruisce per intero il percorso prima diagnostico, poi terapeutico e se necessario riabilitativo. Questo è l’elemento decisivo che comporta l’effettiva presa in carico. Va benissimo mettere in rete e informatizzare i medici di base, ma il punto decisivo è che i professionisti smettano per così dire di avere solo una propria agenda individuale e che invece mettano al centro della loro attività il paziente, con nome e cognome e una patologia ben definita, sulla cui individualità viene costruito il percorso terapeutico. Faccio un esempio: quando il medico di base prescrive un esame ad un cittadino, il passo successivo per il cittadino è quello di rivolgersi ad un impiegato amministrativo. Non essendo un medico l’impiegato non gli propone dove andare in base al tipo di analisi o di patologia, ma in funzione dei tempi di attesa; dando così per scontato che quello sia il percorso migliore. Il cittadino in questo modo valuta l’efficienza del servizio solo sul tempo di attesa, non sulla qualità della risposta. È invece il mio medico che deve valutare l’urgenza dell’esame e se sia meglio effettuarlo in una struttura anziché in un’altra.”

Di conseguenza, spiega ancora il segretario bolognese dello Spi, i cittadini vivono una percezione del loro stato di salute non legata a una valutazione oggettiva, ma rispetto al tempo in cui ottengono una risposta. “Come Spi bolognese lo scorso anno abbiamo fatto un questionario con il quale interrogavamo le persone rispetto al loro stato di salute. Ne veniva fuori che una persona anziana sola ha la percezione di uno stato di salute precario anche se in realtà sta bene. Essendo sola, in realtà è preoccupata di quando potrebbe stare poco bene. Quando invece si vive insieme ad altri non si ha l’immediata percezione di pericolo ad ogni piccolo malessere”.

Il compito del servizio pubblico allora è anche quello di rendere consapevoli le persone di questi meccanismi? “Questo è un punto strategico – risponde Minarelli – infatti se vogliamo rendere efficiente il servizio sanitario dobbiamo uscire dalla logica delle sole prestazioni ed entrare in quella della medicina ‘pro-attiva’ che sia in grado di aiutare il cittadino a fare i percorsi più appropriati. Non una medicina ‘fordista’ tesa solo a produrre prestazioni ma una medicina che ti accompagni veramente nel percorso curativo migliore”.