Cosa possiamo imparare dalla dura lezione impartitaci dall’epidemia? Molte cose, risponde Francesco Taroni, professore di Medicina sociale all’Università di Bologna. Anzitutto che il virus corre lungo la catena delle relazioni sociali e questo cambierà molte cose. E solo con un sistema pubblico universale e rafforzato vinceremo questa battaglia

di Marco Sotgiu

Uno degli aspetti che trovo paradossale – ci dice Francesco Taroni, che è stato protagonista della costruzione del sistema sanitario nella nostra Regione – è che la catena di trasmissione di questo virus segue quella delle relazioni sociali: tanto più sono intense queste relazioni, quanto più sono solidaristiche, tanto più aumenta il rischio di trasmissione.
“Pensiamo a quello che è avvenuto nel centro sociale di Medicina (nella provincia di Bologna): un luogo di solidarietà, di incontro continuo, di socializzazione che abbiamo favorito in tutti i modi, è diventato la scintilla che ha dato fuoco alla comunità di Medicina. Il fatto che il virus trasformi le reti di solidarietà in reti di contagio è uno degli aspetti più brutti che stiamo vivendo. Questa è davvero una preoccupazione che dovremo conservare per il futuro”.

Oggi guardiamo con occhi diversi al sistema sanitario pubblico, pensando ai danni fatti con i tagli al finanziamento. Ci spiega perché è così importante?

“Soltanto un servizio come il nostro, cioè un servizio sanitario nazionale, che è universale (per tutti), globale (si occupa insieme di prevenzione, di diagnosi e cura, di riabilitazione) e che è finanziato attraverso la fiscalità generale può essere efficace ad affrontare un problema come la pandemia. Cioè un problema grandemente diffuso, ad alta letalità e che per un segmento relativamente ristretto della popolazione generale ha altissimi costi; mi riferisco a tutti quelli che vanno a finire in terapia intensiva. Tutto questo, a differenza dei sistemi di assicurazione, siano essi privati o di assicurazioni sociali come avevamo noi al tempo delle mutue e come hanno tuttora in Francia e in Germania. I sistemi di assicurazione sono basati sul principio di equivalenza assicurativa; vuol dire che l’utente può godere dei benefici soltanto in funzione proporzionale ai contributi che ha versato. Quindi l’unico sistema che può garantire a tutti quelli che hanno bisogno tutto quello di cui hanno bisogno, indipendentemente dalla loro contribuzione individuale è un servizio sanitario nazionale. Questa è l’enorme differenza rispetto a qualsiasi altra forma di organizzazione dell’assistenza sanitaria che esista al mondo”.

La pandemia ce lo ha fatto capire meglio, ma avevamo già avuto in passato un’evidenza simile?

“In realtà già lo avevamo imparato, più in piccolo rispetto al disastro attuale, ai tempi dell’Aids. L’Aids ha fatto la sua comparsa intorno al 1981-82 e l’istituzione del servizio sanitario nazionale in Italia era del 1978, quindi era ancora per così dire in culla, nella fase di allestimento. Però anche in quel caso avevamo un problema di un piccolo segmento di popolazione (oltretutto in genere disoccupato, come i malati tossicodipendenti) che aveva bisogno di assistenza ad altissimi costi. Se avessimo avuto ancora le mutue queste persone non avrebbero avuto la copertura (in quanto disoccupati) a meno che non rientrassero come familiari di qualcuno occupato e anche in questo caso i benefici sarebbero stati limitati a quello che la rispettiva mutua “passava”, come si diceva allora, in proporzione al contributo che ciascun lavoratore versava. Alcuni professionisti (cito una categoria per tutte e cioè i giornalisti) avevano benefici che erano certamente molto superiori a quelli che avevano, sempre per fare un esempio, i lavoratori del commercio”.
“Oggi abbiamo benefici che sono uguali per tutti, indipendentemente dal contributo individuale, cioè da quello che versiamo attraverso le tasse. In una situazione come questa, come in tutte le situazioni in cui altissimi costi e purtroppo un grande rischio di morte si concentra su piccoli segmenti di popolazione, quello pubblico, globale e finanziato dalla fiscalità, è l’unico sistema sanitario che può tenere. Salvo evidentemente un intervento massiccio a sostegno da parte del governo indipendentemente dalla copertura iniziale. Questa secondo me è la lezione fondamentale che dobbiamo imparare dalla pandemia di coronavirus del 2020. Da questo punto di vista, come si dice, un pensiero rispettoso e grato va ai “padri” del servizio sanitario nazionale perché a suo tempo ripararono non solo ai guasti del sistema mutualistico che era in vigore fino dal 1927… ma senza saperlo avevano creato le condizioni per un sistema la cui forma di organizzazione ci tutela ancora oggi nel modo migliore possibile. Questo non significa che poi non ci siano dei problemi ma il fatto di essere saggi nel risolvere i problemi immediati e lungimiranti a fronte dei problemi futuri è qualcosa che dovremmo davvero ricordare”.

Protagonista in quegli anni fu anche il sindacato…

“Il sindacato ha avuto tanta parte nell’istituzione del servizio sanitario nazionale, insieme a molti altri soggetti ma con una funzione fondamentale. È questo il motivo per cui dobbiamo guardare con particolare gratitudine all’esistenza di un servizio sanitario come il nostro”.

In questi mesi si è parlato molto di modelli sanitari regionali, soprattutto durante in campagna elettorale in Emilia-Romagna, e poi ci sono state le polemiche tra regioni del nord e Governo persino nei giorni caldi dell’infezione…

“La tutela della salute è certamente un bene comune, ma le sue forme sono molto complesse nel senso che per tutelare la salute si usano degli strumenti che sono squisitamente locali, come nel caso dell’assistenza agli anziani (cosiddetta di vicinato) o la casa protetta nell’ambito comunale oppure in generale i ricoveri ordinari (come quelli per l’ernia) negli ospedali del comune o della provincia. Poi ci sono dei “beni comuni”, cioè delle forme di tutela della salute che sono necessariamente a dimensione regionale o addirittura sovra-regionale. Faccio un esempio: l’istituto ortopedico Rizzoli di Bologna, che è un istituto di ricovero e cura a carattere scientifico altamente specializzato per alcuni interventi ortopedici che vengono da tutta Italia perché è giusto concentrare in un unico luogo alcune forme di intervento. Quindi è un “bene” che viene soddisfatto a livello nazionale. Ci sono degli altri beni di tutela della salute che sono a dimensione sovra-nazionale o addirittura globale. L’Oms, l’organizzazione mondiale della sanità, quando ha dichiarato il coronavirus una pandemia ha voluto dire che la tutela nei confronti di questa infezione è un bene mondiale, quindi addirittura sovra-nazionale. Anche la nostra Costituzione arriva a questo dettaglio tecnico perché la protezione nei confronti di epidemie e pandemie è una competenza nazionale o addirittura sovra-nazionale. Da questo punto di vista ciascuna singola regione organizza la risposta assistenziale negli ospedali (terapie intensive, ventilatori e cose di questo genere) ma le strategie generali di controllo dell’epidemia hanno una dimensione che è chiaramente nazionale e dovrebbe essere per lo meno dell’Unione europea e addirittura coordinata dall’Organizzazione mondiale della sanità. Da questo punto di vista un discorso di competizione tra governo nazionale e governi regionali relativamente alla gestione dell’epidemia mi sembra semplicemente stupido. Non vuol dire che le regioni non abbiano le loro competenze relativamente all’organizzazione di quelle componenti della tutela della salute che hanno una dimensione locale o regionale”.
“Ci sono delle forme di assistenza che sono necessariamente e doverosamente nazionali, come quelle che fanno riferimento agli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico (che sono istituti del servizio sanitario nazionale) che sono presenti in tutte le regioni ma al servizio dell’intero sistema sanitario. E la stessa protezione nei confronti delle epidemie ha una dimensione sovranazionale, quindi a maggior ragione è giusto il Governo centrale intervenga a dettare quali sono le forme di prevenzione, anche se poi le Regioni organizzano la risposta assistenziale specifica in base alle loro risorse, umane e finanziarie. Allora, mai come in questo caso penso che un discorso di competizione tra Regioni su chi meglio organizza questo o quello sia del tutto mal posto. È non pertinente perché stiamo parlando di una dimensione che dovrebbe avere piuttosto delle politiche integrate a livello globale”.

Come vede il futuro, guardando a questa prima fase della pandemia?

“Purtroppo abbiamo assistito a comportamenti che si oppongono alla tutela dalla pandemia, si oppongono al concetto stesso di pandemia: come i tamponi che partono da Aviano per gli Stati uniti oppure la Francia che sequestra tutte le mascherine protettive in transito sul proprio territorio in nome dell’interesse nazionale. È il governo coordinato a livello globale il punto centrale della questione che dovremmo affrontare. Le malattie non si fermano né con i muri né con le tariffe né con la chiusura dei porti: nulla di tutto questo ferma il coronavirus”.
“Ci sono però altre cose importanti che possiamo trarre dall’esperienza che stiamo vivendo, e che riguardano il lungo periodo. Dall’alto della nostra supponenza di occidentali, sviluppati e moderni, siamo andati raccontando negli ultimi dieci anni ai paesi cosiddetti emergenti che dovevano fare attenzione al cosiddetto “doppio carico di malattia” (quello che in inglese si indica come double burden) e dicevamo loro: badate che siete ancora alle prese con una quantità di vecchie malattie, come le malattie infettive (malaria, morbillo e simili) ma all’interno del vostro Paese ci sono dei segmenti di popolazione, delle aree geografiche, degli ambiti, delle classi sociali che hanno assunto i modi di consumo tipici dell’Occidente e quindi iniziano a diffondersi anche da voi le tipiche malattie dell’iperconsumo, come il diabete e l’obesità che portano a infarto, ictus eccetera.
Quindi nello sviluppo dei vostri sistemi sanitari, abbiamo detto, avrete un grosso problema perché dovrete far coesistere delle organizzazioni che siano in grado di rispondere sia alle malattie infettive tradizionali sia alle malattie “moderne”. La cosa paradossale è che questa dinamica la stiamo sperimentando oggi noi “Paesi avanzati”. Uno dei problemi della gestione dell’infezione è che nell’emergenza abbiamo trasformato una quantità di posti letto che prima erano dedicati a una varietà di specialità e sub-specialità. Abbiamo chiuso le sale operatorie per trasformarle in aree di terapia intensiva per i pazienti in insufficienza respiratoria. A quel punto ci siamo resi conto che le malattie “normali” continuavano a essere curate in ospedale, dove continuavano ad arrivare le persone colpite da infarto, da ictus o che avevano necessità di interventi chirurgici. A quel punto ci siamo messi a organizzare dei percorsi protetti per queste malattie e abbiamo sperimentato cosa vuol dire avere una risposta ospedaliera contemporaneamente per due categorie di malattie così profondamente diverse”.

Questo è un virus che si è dimostrato particolarmente letale per gli anziani fragili…

“Le dimensioni della pandemia sono diventate assolutamente drammatiche quando questo maledetto virus è entrato nelle nostre case di riposo. Le abbiamo immediatamente isolate entro una sorta di cordone sanitario per non correre il rischio di trasformarle in allevamenti di virus. Improvvisamente nessuno poteva uscire, nessuno poteva entrare e non c’erano terapie per gli ammalati. Ci siamo insomma ritrovati con una forma “vecchia” di malattia che interveniva su una struttura assistenziale “moderna”, imposta cioè dal fatto che la nostra popolazione è molto anziana. In molti paesi africani non hanno certo bisogno di case di riposo visto che la loro aspettativa di vita arriva a malapena ai 50 anni. Tutti i discorsi fatti sul piano delle cronicità, sullo sviluppo dei servizi territoriali su cui stiamo così tanto lavorando si sono ulteriormente complicati a causa di questa nuova malattia che ci sta in un certo senso facendo esplodere tutto tra le mani.
Noi abbiamo l’orgoglio di qualificare il nostro servizio sanitario nazionale come universalistico. Di fronte a una pandemia dire nazionale e universalistico diventa un ossimoro (mettiamo cioè insieme due concetti contrari). Se è nazionale vuol dire che copre il 100% dei cittadini italiani, non delle persone presenti sul territorio nazionale. Lo abbiamo imparato con il fenomeno migratorio, ma lo impariamo ancora più duramente con questa pandemia, nel senso che abbiamo bisogno di sistemi sanitari che siano universali nel senso letterale del termine, quindi che ci siano delle relazioni tra stati che ci fanno appartenere allo stesso ambito, che permettano governi sovranazionali almeno di questi fenomeni pandemici. Esistono in effetti regolamenti internazionali (l’ultimo è del 2005) solo che sono stati pensati sulla scia degli atti terroristici, in particolare in relazione alla diffusione dell’antrace ai tempi delle torri gemelle. L’Italia aveva comprato due milioni di vaccini antivaiolo perché si pensava fosse possibile la diffusione da un laboratorio. La Sars avrebbe dovuto insegnarci qualcos’altro, ma la ce la siamo dimenticata presto. Questa pandemia, ancora più della Sars, ci dimostra che non c’è bisogno di un’arma biologica, di uno scienziato pazzo, perché la natura è in grado di produrre virus pronti a fare il salto dal mondo animale a quello umano e che si diffondono per tutti i milioni di canali della globalizzazione”.
“Oggi purtroppo in campo sanitario siamo davvero ancora totalmente “sovranisti”. Sul piano di un governo almeno europeo siamo ancora più indietro dell’ambito finanziario. Siamo fortunati noi italiani ad avere almeno un servizio sanitario nazionale che ci consente di guardare alle emergenze dell’intero Paese, che riguardino i cittadini della Puglia piuttosto che dell’Emilia-Romagna”.