di Marco Sotgiu

Non è facile dar conto del lavoro e delle energie spese dalle tante persone che collaborano con Anna Salfi, presidente della Fondazione Altobelli (dedicata a una delle più importanti sindacaliste della nostra regione), per costruire e far crescere negli anni un istituto storico che ha davvero tratti eccezionali.

L’ultimo convegno, all’inizio di marzo, è stato dedicato appunto alla figura di Maria Giudice. Esiste un libro di Maria Rosa Cutrufelli, che racconta la storia di questa donna che è una delle figure più significative del “socialismo umanitario” del primo Novecento. Fu la prima donna a capo della Camera del Lavoro di Torino, direttrice di giornali, dirigente del partito socialista. Conobbe l’esilio e la galera per motivi politici, prima e dopo l’avvento del fascismo. Conobbe anche diverse cliniche per malattie mentali (ma così potremmo dire della grande poetessa Alda Merini). Ebbe otto figli e un rapporto complicato con la maternità. Basta seguire i fili della sua vita per ricostruire gran parte della storia del Novecento.

Ma la ricerca su Maria Giudice è andata avanti fino ad oggi attraverso il lavoro negli archivi, che hanno restituito passaggi importanti della sua lunga vita, dal 1880 al 1953. Lunga non tanto per quei settantatré anni che è durata ma perché ha attraversato gli anni che hanno traghettato il mondo nella modernità, dalla civiltà contadina alla conquista dello spazio potremmo dire (il balzo nel cosmo di Gagarin è del 1961).

Le donne però quasi non lasciano il segno nella Storia, e questo è uno dei grandi problemi anche della modernità. Il danno ormai è stato fatto, nel senso che generazioni di donne non hanno avuto accesso alle storie di chi le ha precedute. E questo lavoro che compie la Fondazione Altobelli, focalizzandosi sulle sindacaliste che hanno agito nella nostra regione ma confrontandosi con la Storia tutta intera, non è un “risarcimento”. Piuttosto è la messa in sicurezza, per quanto possibile, di un patrimonio di tutti, è la banca che custodisce i beni sottratti al movimento femminile.

Maria Giudice è anzitutto una maestra. A fine Ottocento le maestre ebbero un ruolo importante nella trasmissione della cultura democratica di fine Ottocento-inizio Novecento. Erano donne non aristocratiche ma di estrazione borghese o spesso piccolo-borghese che avevano avuto accesso a quella che al tempo si chiamava “patente” di maestra. E però si sono messe a disposizione, per fare del loro sapere un mezzo di propaganda del socialismo dell’epoca. Due donne sindacaliste, Maria Goia e Maria Bigi, che ebbero ruoli importanti nelle prime Camere del lavoro nella nostra regione erano anche loro maestre. Spesso queste donne “scompaiono” sotto la personalità dei mariti pur avendo fondato intere Camere del lavoro (come nel caso di Maria Goia a Suzzara, dove la Cdlt è stata a lei dedicata recentemente). Giorgio Bassani dedicò un suo racconto alla maestra socialista ferrarese Alda Costa.

Questa dedizione all’istruzione, una vera missione di vita, è un portato dell’eredità mazziniana, quello dell’educazione come dovere verso la società. Si definiscono “segretarie propagandiste”, donne che si vogliono emancipare e vogliono educare non solo i bambini ma spesso gli adulti. E in Emilia-Romagna la rottura con il clericalismo le portava a fondare scuole per adulti, seguendo il socialismo “sentimentale” del reggiano Camillo Prampolini che ambiva a far uscire più persone possibili dall’analfabetismo.

Maria Giudice è una maestra ribelle e guerriera, non una maestra “vestale” sottomessa al potere. Fatta l’Italia – era il motto, poi divenuto famoso – bisognava fare gli italiani. La scuola è quindi luogo dove insegnare, apprendere, condividere saperi ma anche valori e modelli di comportamento capaci di costruire una visione del mondo comune. L’educazione del “popolo” era affidata alla scuola elementare e quindi la maestra (o il maestro) diventava il mediatore tra lo Stato e la Cultura da una parte e il popolo, le grandi masse analfabete dall’altra. La pedagogia, d’altra parte, è associata alla morale e la dimensione etica del maestro/maestra era cruciale: onestà, lealtà, compostezza nei modi, morigeratezza, obbedienza all’autorità. È in questo ambito e contro questo rigido stereotipo che opera la giovane maestra Maria Giudice, diventando – con possiamo immaginare quale forza – la ribelle che sfiderà istituzioni e morale.

Hanno partecipato al convegno: il professor Rolando Dondarini per la Festa internazionale della Storia, Isabella Pavolucci della segreteria regionale Cgil, Mirella D’Ascenzo, Roberto Spocci, Susanna Garuti, Franco Garufi, Esmeralda Rizzi.