colloquio con Daniela Bortolotti, segretaria regionale Spi-Cgil ER

(a cura della redazione di Argentovivo)

Nel campo dell’assistenza agli anziani negli ultimi venti anni abbiamo visto il proliferare del fenomeno “badanti”. Oggi si affaccia quello delle “case famiglia”. Grazie al sindacato adesso l’Emilia-Romagna ha delle linee guida che cercano di rafforzare i controlli su queste strutture.

Attraverso la nostra azione di contrattazione sociale in questi ultimi anni abbiamo iniziato a misurare concretamente e nei diversi territori alcuni elementi che riguardano l’evoluzione demografica delle nostre società. Come sappiamo la nostra regione è una di quelle in cui la speranza di vita (e quindi la presenza di anziani) aumenterà di più nei prossimi decenni. Quando diciamo concretamente intendiamo appunto sottolineare come il fenomeno dell’invecchiamento della popolazione sia in crescita, mentre (e questo è molto preoccupante) la natalità è in assoluta contrazione.
Questo “saldo negativo” ci preoccupa perché in prospettiva, anche se l’allungamento della vita è certamente un valore sempre positivo, una società sempre più anziana ha bisogno di maggiori servizi e opportunità di assistenza più innovativi e personalizzati. Noi poniamo sempre un tema: che la qualità dei servizi e dell’assistenza sia e rimanga elevata. Il fenomeno dell’invecchiamento avanza dunque veloce e un po’ ovunque stiamo rilevando che nonostante esista una rete di servizi molto sviluppata, regolata e di qualità e nonostante l’esistenza del Fondo regionale per la non autosufficienza, ci sono delle falle nell’assistenza. Tante persone e tante famiglie, insomma, non hanno l’opportunità di risolvere i loro problemi all’interno della rete dei servizi accreditati.

Molto spesso quando in famiglia nasce il bisogno di assistenza di una persona anziana che ha perso la sua autonomia, questo avviene in modo improvviso e si cercano soluzioni che devono essere molto rapide, dettate dall’urgenza. Nel nostro sistema abbiamo visto due fenomeni in questi ultimi vent’anni. Il primo è stato quello delle assistenti familiari, delle cosiddette “badanti”. Per molti anni hanno rappresentato un mercato molto florido e in crescita, ma poco regolamentato. Noi stessi, nella nostra azione contrattuale, siamo arrivati con qualche ritardo, quando il fenomeno si era già sviluppato. Oggi possiamo dire che siamo riusciti a ottenere buoni risultati rispetto alla regolarizzazione del lavoro, alla formazione, ai contributi finanziari alle famiglie.
Adesso assistiamo a un altro fenomeno che negli ultimi tre-quattro anni è in crescita, quello delle case famiglia. Vogliamo evitare i ritardi del passato e affrontarlo nell’immediatezza.

Stiamo parlando di soluzioni abitative previste da un decreto ministeriale del 2001 che regolamenta le piccole strutture fino a un massimo di sei utenti, autosufficienti o lievemente non autosufficienti. Un decreto nato davvero in un mondo completamente differente da quello di oggi e mirato soprattutto all’assistenza ai minori.
Se le case famiglia rispettassero i criteri con le quali sono nate potrebbero essere un segmento importante della filiera della domiciliarietà, anche per periodi temporanei. Il problema è che con il vecchio decreto (nato quando le condizioni erano del tutto diverse da oggi) le case famiglia sono classificate come strutture di tipo commerciale, potremmo dire alberghiero, e non sono pensate per una necessità socio-assistenziale di una persona anziana.
È per questo che le case famiglia hanno solo l’obbligo di presentare una dichiarazione di inizio attività entro sessanta giorni da quando viene accolto il primo ospite. È molto frequente, e questo è il problema, che un anziano o un’anziana entri in una casa famiglia essendo autosufficiente e mentre è lì le sue condizioni si aggravino. Con la Regione stiamo cercando di capire come dare ordine a queste strutture in modo anzitutto che non ci finiscano persone non autosufficienti e poi perché non si ripeta il caos iniziale del fenomeno badanti.

Nel monitoraggio che la Regione ha fatto, anche su nostra sollecitazione, si è rilevato che molte strutture ospitano più di sei persone, che spesso hanno livelli di autonomia ridotti. Nel frattempo nel nostro territorio sono nate tantissime case famiglia e stanno ancora crescendo perché effettivamente rispondono a un bisogno delle famiglie.
Il decreto stabilisce che la titolarità dei controlli di queste strutture è del comune in cui si trovano. Di controlli c’è molto bisogno perché in questi anni purtroppo, anche in Emilia-Romagna, i casi di maltrattamenti sugli anziani più agghiaccianti sono avvenuti proprio in queste tipo di strutture e in mancanza di controlli. Per cercare di mettere “in sicurezza” questo segmento di per sé non negativo dell’assistenza abbiamo attivato un confronto impegnativo con la Regione.

In pratica (come Cgil-Cisl-Uil e rispettivi sindacati pensionati) abbiamo preso i vari regolamenti comunali già esistenti e abbiamo provato a trovare un filo comune e le soluzioni più avanzate già esistenti in quei regolamenti. Ne è venuto fuori un documento, elaborato dal sindacato, sulla base del quale abbiamo iniziato il confronto con la Regione. Dopo mesi di confronto oggi abbiamo delle linee guida, che seppure non rispondono completamente alle nostre osservazioni, sono da noi condivise. Sono linee guida della Regione ma anche (ed è molto importante visto che i controlli ricadono poi sulle amministrazioni locali) dell’Anci, cioè l’associazione dei comuni.
Adesso tocca anche a noi contrattare, possibilmente a livello di distretto, l’applicazione delle linee guida regionali. In ogni caso il confronto con la Regione va avanti sia per il monitoraggio della situazione sia per trovare soluzioni ai problemi ancora aperti.

Ma quali sono i punti su cui le linee guida intervengono?
Il decreto non dice nulla sull’accesso alle case famiglia. Le caratterizza come una questione privata, di carattere commerciale, allo stesso modo di come non esistono norme su chi può accedere o meno a un bed-and-breakfast. L’obiezione che facciamo è che per dire se una persona è peggiorata rispetto a quando era entrata dovremmo avere una valutazione delle sue condizioni all’accesso. Avremmo voluto che per entrare in una casa famiglia si richiedesse una certificazione o dell’Uvg (l’unità di valutazione multidimensionale della Usl) o almeno del medico di base. Questo purtroppo non è possibile perché ci troviamo appunto all’interno di una libera scelta di carattere privato. La Regione si impegna comunque a lavorare in sede nazionale per rivedere alcuni aspetti del decreto e quindi prevedere maggiori requisiti e garanzie per l’apertura della struttura. E allo stesso tempo a ricercare modalità per coinvolgere i medici di famiglia. È comunque un segnale di attenzione verso il problema dell’accesso e per noi l’apertura di un terreno di lavoro.

Il secondo aspetto è di chi valuta se una volta all’interno della struttura l’anziano perde autonomia. Siamo riusciti a inserire nelle linee guida il principio che il gestore o i familiari coinvolgono l’Unità di valutazione dell’unità sanitaria. Quindi il servizio pubblico interviene, valuta lo stato della persona e se necessario si attiva per collocare il paziente in una struttura adeguata. Nel frattempo la casa famiglia deve garantire gli interventi necessari, per esempio i medici o gli infermieri. Un’altra strada sarebbe quella di convincere i gestori ad allargare la struttura ad almeno dodici ospiti. In questo modo si trasformerebbe in una “comunità alloggio”, che è regolata diversamente, per esempio ha bisogno dell’autorizzazione al funzionamento. È una strada intrapresa per esempio dal comune di Parma, che propone alle strutture una facilitazione delle procedure se passano a una categoria che rientra nei termini dell’assistenza.

Va comunque aggiunto che gli ospiti della casa famiglia sono comunque seguiti dal loro medico di base, che può anche attivare i servizi di assistenza domiciliare. Il giudizio del sindacato sulle linee guida è quindi positivo perché, al di là della questione dell’accesso, si è riusciti a inserire chiaramente un collegamento con la sanità pubblica nelle attività di verifica dello stato di autosufficienza. Per quanto riguarda il personale, al momento l’indicazione è solo quella che dovrebbe essere presente un operatore tecnico-assistenziale o socio-sanitario (OTA oppure OSS) ma anche semplicemente qualcuno che ha un’esperienza di almeno due anni in una struttura oppure che abbia seguito un corso di formazione per assistenti familiari.
Ma anche questa è una strada su cui si continuerà a lavorare. Ulteriore novità è quella della istituzione di una “lista di qualità” delle case famiglia che oltre ai requisiti inderogabili fissati dal decreto abbiano anche altri elementi qualitativi (per esempio, il condizionamento dell’aria differenziato per ambienti, la presenza di un giardino eccetera).