Raffaele Atti, segretario generale Spi-Cgil Emilia-Romagna

Sono anni che l’Unione europea segnala quanto sia inadeguato il sistema fiscale italiano in relazione al resto dei Paesi membri: arretrato e sostanzialmente iniquo.
La riforma che il governo Draghi si appresta a varare, secondo le parole dello stesso Presidente del consiglio, dovrebbe basarsi sull’indagine conoscitiva che hanno svolto le Commissioni finanze della Camera e del Senato: il disegno di legge in sostanza dovrebbe ricalcare l’atto di indirizzo approvato pressoché all’unanimità dalle due commissioni parlamentari. Un documento che da subito è stato giudicato totalmente inadeguato e deludente dalle tre confederazioni sindacali Cgil Cisl e Uil. Secondo i sindacati è in particolare la questione dell’equità fiscale a non essere stata risolta. Per essere equo il sistema fiscale deve far sì che tutti i contribuenti paghino le tasse. In Italia questo obiettivo ha un nome preciso: lotta all’evasione fiscale. E poi deve basarsi sulla progressività delle imposte, sul fatto cioè che chi guadagna di più venga tassato in misura maggiore.
Se guardiamo all’evasione fiscale, il suo peso rispetto alle altre grandi economie dell’Unione europea è doppio e si aggira sui 100 miliardi di euro all’anno. Per l’80% questa cifra sarebbe da addebitarsi all’evasione dell’Iva, a quella relativa al reddito di impresa e ai lavoratori autonomi. In Italia alle cifre dell’evasione fiscale si aggiunge poi un altro dato importante: un Paese che ha un debito pubblico altissimo vanta anche una altrettanto grande ricchezza patrimoniale (si calcola che il 40% sia concentrato nelle mani del 5% delle famiglie italiane).
Sul piano della progressività vale citare le parole di uno dei massimi esperti di materie fiscali, l’ex ministro (governi Prodi 1 e D’Alema 1 e 2) Vincenzo Visco: “Il sistema di prelievo complessivo del nostro paese è progressivo ai livelli di reddito più bassi, sostanzialmente proporzionale per la gran parte dei contribuenti, regressivo per i più ricchi”. Una vera imposta progressiva in realtà esiste ed è l’IRPEF, che però nel corso degli anni è diventata, per così dire, la tassa di lavoratori dipendenti e pensionati: riguardava già queste due categorie per il 79,66% nel 2003, e secondo i dati del 2018 la percentuale è passata all’83,75%. A questo incremento di circa quattro punti percentuali in quindici anni si aggiunge che la tassazione separata sottrae all’IRPEF circa il 10% della base imponibile: una cifra superiore in totale a 80 miliardi. Questo ha determinato negli ultimi anni uno “schiacciamento” (quindi un appesantimento delle imposte) sui redditi più bassi. I redditi da pensione hanno visto crescere la tassazione loro applicata del 72,94% tra il 2003 e il 2018. Il reddito da pensione nello stesso periodo è cresciuto, ma solo del 45,55%. Fenomeno inverso rispetto a quanto avviene nei confronti dei lavoratori autonomi che hanno visto crescere la tassazione del 25,94% rispetto a una crescita del loro reddito del 32,51%. Esistono poi, nel nostro sistema fiscale, 150 tra deduzioni, detrazioni e crediti di imposta applicabili, con agevolazioni che scendono in rapporto all’aumento del reddito. Addirittura abbiamo otto diverse percentuali applicate alla detraibilità. In questo modo 15 milioni di contribuenti sono considerati sostanzialmente “incapienti” nel senso che non possono utilizzare in tutto o in parte le detrazioni fiscali, con il risultato di sottrarre ai redditi più bassi 10 miliardi ogni anno.
Come si è detto, i sindacati considerano le conclusioni delle due commissioni parlamentari del tutto inadeguate se vogliamo restituire equità al sistema fiscale italiano. Per quanto riguarda l’evasione fiscale tutto si riduce all’obbligo di trasmissione digitale dei dati. Nemmeno un cenno viene fatto rispetto ad altre misure come la limitazione del denaro contante. D’altro canto vengono messi in discussione alcuni meccanismi che si sono mostrati efficaci nel contrastare l’evasione dell’IVA e si rinuncia a sfruttare pienamente la possibilità di incrociare i dati dei contribuenti per individuare chi evade le tasse. Sembra evidente che se venissero seguite queste linee di indirizzo nella stesura della riforma fiscale la riduzione del carico fiscale su lavoratori dipendenti e pensionati verrebbe usata in modo strumentale per abbassare in modo generalizzato il carico fiscale anche delle imprese, dei lavoratori autonomi e dei redditi non da lavoro. Quindi nessun reale riequilibrio fiscale e nessuna tassazione patrimoniale.
Si tratterebbe così di una riforma fiscale in deficit (seppure in una fase straordinaria della finanza pubblica), che lascia intendere che nel giro di pochi anni verrà drasticamente ridotto il finanziamento dei servizi pubblici, a partire dalla scuola e dalla sanità.
Se serve una riprova, la troviamo nella proposta di abolire l’IRAP, l’imposta regionale sulle attività produttive che concorre a finanziare il nostro sistema sanitario pubblico.