Non sono stati cinque anni facili ma l’Emilia-Romagna è riuscita a tenere dritta la barra anche grazie al Patto per il lavoro sottoscritto dalla Regione, da tutte le parti sociali, dai comuni e dall’università. E continuando a cercare soluzioni di avanguardia che le consentono di essere al primo posto di molte classifiche, a partire dalla sanità. L’appello che il sindacato pensionati fa è quello della partecipazione al voto, innanzitutto. E poi quello di non cedere a facili quanto aleatorie lusinghe e far compiere alla regione un altro passo in avanti
Bruno Pizzica, segretario generale Spi-Cgil Emilia-Romagna
Caro lettore, cara lettrice, quando ti troverai a scorrere queste righe, saremo già entrati nel nuovo anno e dunque è d’obbligo innanzitutto fare un augurio sincero di un buon 2020 a tutti i nostri lettori e le nostre lettrici, ma anche allo Spi, ai tantissimi attivisti e collaboratori che sono ogni giorno in prima linea nelle leghe sparse su tutto il territorio regionale.
Auguri anche alla nostra regione, alla sua comunità, ai suoi valori, alla sua storia.
Fra circa tre settimane saremo tutti chiamati a votare per il prossimo Consiglio Regionale e quindi per la nuova Giunta che resterà in carica nel prossimo quinquennio, 2020/2025.
Il voto non è mai un fatto banale e non è banale partecipare al voto concretamente, recandosi al seggio e infilando la scheda nell’urna: non è andata così nello scorso mandato, quando votò solo il 37% degli elettori e fu una brutta ferita inferta alla democrazia in una regione da sempre in testa per partecipazione. Dunque una prima raccomandazione: andiamo tutti a votare il 26 gennaio. Il voto è il fondamento della democrazia, un diritto in tanti Paesi conquistato con dure lotte e proprio per questo, un dovere civico da esercitare senza remore.
Il voto del 26 gennaio in Emilia-Romagna ha un significato particolare in una fase politica così convulsa e confusa: si dice che potrebbe segnare il destino del governo nazionale. Ma noi crediamo che quel voto decida innanzitutto il futuro politico della nostra regione e su questo dobbiamo ragionare e da questo dobbiamo partire.
C’è (di nuovo) uno strano vento nel nostro Paese, quello che nell’ultimo venticinquennio lo ha portato a fare scelte che si sono rivelate, quasi tutte, “azzardate”; sono stati anni in cui ha preso vigore l’icona dell’uomo al comando (l’uomo della provvidenza, si disse a suo tempo del cavalier Mussolini) e così ci siamo trovati in una sorta di carambola da Berlusconi a Renzi, poi a Grillo-Di Maio, Salvini con alcune brevi parentesi che hanno anche segnato i pochi momenti nei quali si è provato a fare politica per un Paese in seria difficoltà, guardando avanti per costruire e non solo per distruggere. Dovrebbe essere chiaro che comici, rottamatori, navigatori, controfigure, animatori da spiaggia non fanno un Paese serio, che scommette su se stesso, crede in una prospettiva, guarda avanti.
In questi anni, come sempre peraltro, in Emilia-Romagna si è seguita un’altra strada: quella del confronto sociale, della valorizzazione della rappresentanza sociale, della partecipazione, della sollecitazione e del coinvolgimento della comunità per compiere scelte utili, buone per la comunità regionale. È la strada che ha portato, nello stesso periodo in cui Renzi predicava la “disintermediazione” e il rapporto diretto con il popolo, a sottoscrivere un Patto per il lavoro tra la Regione e il suo Presidente, Bonaccini, e il sindacato confederale, le rappresentanze dell’imprenditoria, il sistema dei Comuni (tutti!), l’Università, le Camere di commercio. Un Patto che ha consentito di governare anni di crisi generale, di dimezzare la disoccupazione (dal 9 al 5%), di rilanciare investimenti significativi, di salvaguardare il patrimonio produttivo della regione, di valorizzare ed estendere la sua connotazione sociale. Di rilanciarne l’attrattività.
Un dato stupisce ogni volta e forse faremmo bene a chiederci “perché”: ogni Ente, pubblico o privato, che si cimenta in graduatorie di varie ragioni, pone sempre l’Emilia-Romagna nelle posizioni di testa, l’Emilia-Romagna e le sue città più importanti. Guardate la tabella che pubblichiamo in quarta pagina di copertina: una Fondazione che si occupa di medicina dell’evidenza, ha compiuto una analisi del grado di garanzia dei livelli essenziali di assistenza sanitaria nel periodo 2010/2017. L’Emilia-Romagna è in testa, ha coperto i livelli essenziali oltre il 92%; poi c’è la Toscana, il Piemonte. Veneto e Lombardia sono al quarto e quinto posto, ben distanti. In campagna elettorale la Lega, Fratelli d’Italia stanno dicendo che bisogna esportare in Emilia il modello Lombardo-Veneto: dunque puntano a farci stare peggio! Puntano a rompere un modello, il nostro, che comunque fa perno sul servizio pubblico, per importarne uno che concede largo spazio al servizio privato e finisce per marginalizzare quello pubblico. Salvini dice di voler liberare l’Emilia-Romagna, ma non può negare – neanche lui e la sua candidata che in questa regione ci vive – che qui si vive bene, molto meglio che nella gran maggioranza delle regioni e dei territori italiani e che il primato della nostra regione in quasi tutti gli indicatori, non è certo frutto di una singolare benevolenza del cielo.
Si sta cercando di minarlo alla base quel modello, fatto di partecipazione, di condivisione, di coesione sociale, di solidarietà e tolleranza; fatto di grande senso di responsabilità e sobria laboriosità, quelle virtù che hanno consentito di superare gli effetti del terribile terremoto del 2012. Le Scuole, le strutture sanitarie, le case… per ripartire, subito.
Caro lettore, cara lettrice, il voto è una scelta personale. Noi ci sentiamo di rivolgerlo un appello al popolo dello Spi: l’Emilia-Romagna non ha bisogno di colonizzatori; si è liberata da sola nel 1945, ha costruito un modello che ha consentito buona vita ai propri cittadini, c’è da fare per migliorarla ancora quella vita, ma la nostra regione costituisce un riferimento per tanti in Italia e non solo.
“Non vogliamo essere un modello ma è certo che se tutte le regioni garantissero il livello della nostra, in Italia si starebbe decisamente meglio”. Così in una Piazza Maggiore strapiena a Bologna il 7 dicembre Stefano Bonaccini ha aperto la sua campagna elettorale. Il presidente uscente ha governato bene 5 anni difficili e complicati; la barra va tenuta dritta e senza troppe esitazioni, non cedendo a lusinghe e tentazioni di facili scorciatoie.
Bonaccini si ricandida, guida una coalizione unitaria, ha una proposta politica chiara che non ha bisogno di scimmiottare nessuno, perché può contare sulla solidità di una comunità straordinaria e sulle sue forze migliori. Lo Spi, il sindacato dei pensionati e delle pensionate ne è parte integrante e anche in questa campagna, farà la sua parte fino in fondo, perché tutti insieme si possa fare un passo avanti.