La reggiana Ione Bartoli ha festeggiato quest’anno i 90 anni di vita. È stata assessore della Regione Emilia-Romagna ai servizi sociali e scuola tra il 1970 e il 1980, concentrando il suo impegno sul tema dei diritti e dell’emancipazione delle donne, dalla tutela della maternità agli asili per l’infanzia.

Abbiamo raccolto la testimonianza di Ione sulla esperienza nelle lotte per l’emancipazione femminile, ma le abbiamo chiesto anche di parlarci del suo impegno nelle amministrazioni pubbliche: dalla Amministrazione Provinciale, alla Presidenza Onmi, alla Regione Emilia-Romagna. Un impegno che va dagli anni ’50 agli anni ’90 del secolo scorso, continuando a confrontarsi con il presente.

A cura del coordinamento donne Spi-Cgil di Reggio-Emilia (Marianella Casali e Renata Morgotti)

“Farò coincidere alcuni problemi di emancipazione femminile con quelli del mio impegno istituzionale – ci precisa Ione – Vi dico a quali principi mi sono richiamata anche per quanto riguarda la parte sociale di cui mi sono occupata nel ruolo di Assessore regionale, negli anni ’70-’80.

Ne cito alcuni.

La Provincia, la Regione come momenti di articolazione democratica dello Stato anche con ruoli di carattere programmatico e con una mia concezione riformatrice di tutto il settore sociale.

Un processo riformatore che implicasse una nuova legislazione nazionale sui cui contenuti influissero anche le scelte anticipatrici a livello territoriale.

Superare il concetto assistenziale. A ogni cittadino occorre creare le migliori condizioni per esprimere sé stesso, le proprie capacità di potenzialità. È giusto per il bambino, per il giovane e per l’anziano.

Sentirsi parte di una comunità, vivere il più a lungo possibile nel proprio contesto sociale.

In sostanza, si è persone e cittadini.

Inoltre non è il cittadino che deve adattarsi al servizio sociale statico, ma è il servizio sociale locale che si aggiorna continuamente alle mutate condizioni ed esigenze del singolo.

In sostanza, essere persone protette e protagoniste.

Semplice, facile no, difficile.

Occorre tenere sempre la barra diritta ed essere amministratore o legislatore pubblico al servizio della comunità.

Ma agire in solitudine non porta da nessuna parte.

Ecco perché come Assessore regionale ho stabilito un rapporto costante con gli Assessori provinciali e comunali con le associazioni a tutela di cittadini (invalidi civili, del lavoro, handicappati), con le organizzazioni sindacali e femminili.

Sentivo anche l’esigenza di avere un rapporto diretto con i cittadini e non solo mediato attraverso associazioni.

Costa impegno, ma ti rende più sicura o meno incerta nelle scelte che sai bene hanno conseguenze sul piano economico e sociale.

Porto alcuni esempi per spiegarmi meglio.

Nubilato (deciso dal Consiglio di amministrazione dell’Istituto Psichiatrico San Lazzaro negli anni ’60).

Ha significato come Consigliera provinciale, insieme all’Assessore Velia Vallini schierarmi contro altri Amministratori pubblici anche del mio partito che avevano votato per il nubilato.

Ma le lotte dell’Udi, del sindacato e la nostra posizione ferma in Consiglio provinciale hanno fatto vincere le lavoratrici che hanno avuto migliori condizioni di tutela per la loro maternità.

Come Assessore regionale ai servizi sociali dovevo affrontare una situazione nel settore che non reggeva più ai diversi livelli e neppure nei confronti di singole categorie di cittadini.

Cambiare qualcosa era faticoso come spostare una montagna.

Ad esempio: esisteva una miriade di enti preposti all’assistenza (ENAOLI – ONMI – ENTE MUTILATI CIVILI – ENTE MUTILATI DEL LAVORO – EX GIL – ENTE MORALE DEL FANCIULLO – OMPI – ECA – PATRONATI SCOLASTICI) in più circa mille Opere Pie nella sola regione Emilia-Romagna a cui va aggiunto che occorreva rapportarsi con diversi Ministeri.

Quanti erano i cittadini nella nostra regione ospitati in istituti chiusi?

Più di 13mila in istituti per l’infanzia e l’adolescenza, 15mila e 448 anziani ricoverati in istituto in 177 comuni a cui vanno aggiunte le richieste di altri 50 ricoveri.

Dai dati ISTAT risultava che nell’anno scolastico 1968-’69 in Italia ben 52mila e 532 bambini frequentavano le scuole differenziali. Di questi anche alcune centinaia nella nostra regione.

50 anni di vita dell’Onmi hanno significato soltanto 56 asili nido nella nostra regione, impedendo ai comuni di costruirne e gestirne dei loro.

Era possibile porsi contemporaneamente la soluzione del tutto? NO.

Era possibile solo indicare gli indirizzi generali di un processo innovatore. La strada? Era giusto affrontare diversi temi di volta in volta con indagini durate anche mesi, poi convegni per avanzare proposte con soluzioni possibili e innovative che miravano tra l’altro a minare il vecchio sistema dal basso.

Valgono alcuni esempi:

Asili nido. Legge nazionale 1044 del 1971. Lo Stato finanzia, le regioni programmano e i comuni costruiscono e gestiscono dal 1970 al 1980 270 nuovi asili nido a cui si aggiungevano i 56 dell’Onmi poi soppressa.

Legge sui consultori famigliari 1975.

Prima ancora della legge nazionale come Regione abbiamo organizzato corsi per preparare il personale.

Nel ’76 con la legge regionale a livello locale cominciano ad aprirsi e a funzionare i consultori famigliari.

Anziani. Dopo una indagine e un convegno affollatissimo arrivano nuovi criteri. Assistenza a domicilio (pasti compresi), appartamenti polifunzionali evitando così il ricovero per tanti anziani.

Poi una idea: vacanze per anziani con finanziamenti anche regionali. Si comincia con alcune centinaia di persone. Per verificare la situazione ho voluto andare a trovare questi anziani. Un ex-bracciante agricolo mi dice: “Mai fatto vacanze, mai visto il mare. Una di queste mattine mi sono alzato all’alba per vedere il sole sorgere dal mare e mi sono commosso”.

Un altro: “In questi giorni mi sento un signore, sono servito a tavola da camerieri molto gentili. Mi hanno persino insegnato ad usare l’ascensore perché faccio fatica a fare le scale”.

Tutto bene? Certamente no.

Ad esempio abbiamo dovuto chiudere alcune colonie perché non si rispettavano i regolamenti, di una voglio parlare: la colonia dell’Inps nazionale. Occupava ragazze handicappate per fare le pulizie e i diversi servizi senza pagarle. Ragazze ospitate in un istituto di cui i comuni pagavano le rette.

Aggiungo che in quella colonia c’era un ispettore mandato dall’Inps che avrebbe dovuto controllare. Anche questa colonia l’abbiamo chiusa.

Naturalmente ho scritto all’Inps nazionale… aspetto ancora la risposta!

Tutti sappiamo che la legge nazionale di riforma del sistema sociale è stata votata solo nell’anno 2000…

Ora ci sono cose da cambiare? Penso di sì, ma non lo si deve fare solo dall’alto. Per esempio, la pandemia ci ha riportato ad avere maggiore attenzione sulla sanità di base, sul valore del ruolo del medico di famiglia, sull’assistenza infermieristica locale e sui rapporti fra pubblico e privato.

Siamo in una società dove si notano tendenze di disgregazione di rapporti difficili fra generazioni. Una società che invecchia, cala la natalità e ben 37 mila neo/mamme hanno dovuto lasciare il lavoro per assenza di servizi.

Vogliamo rifletterci tutti?”