Argentovivo intervista Stefano Bonaccini, governatore dell’Emilia-Romagna, sulla gestione dell’emergenza coronavirus, sulla ricostruzione, sul futuro del sistema socio-sanitario

(a cura di Bruno Pizzica e Marco Sotgiu)

Presidente Bonaccini, nella campagna elettorale che ha portato alla tua rielezione, si è molto insistito sulla tradizione di “buon governo” della nostra Regione. Un argomento che anche lo Spi ha esplicitamente utilizzato per sostenere la necessità di dare ulteriore continuità a questa esperienza e alla tua candidatura.

Possiamo dire di aver risposto molto meglio di altre regioni di fronte a un evento così nuovo e drammatico, anche in virtù di una macchina politico-amministrativa collaudata? Quali sono state le basi che si sono dimostrate i punti di forza nel definire il che fare in una situazione così delicata?
“Io credo che in Italia ci sia troppa gente che dà pagelle e troppo poca che fa i compiti. Non mi permetto di dire se siamo stati più bravi di altri o meno: non spetta a me giudicarlo e lo ritengo un esercizio sterile di fronte a un’emergenza sanitaria senza precedenti. Però una cosa è vera: se prima abbiamo retto e poi siamo passati al contrattacco per fermare il virus, diventando la regione col più alto numero di guariti rispetto ai malati effettivi, lo dobbiamo alla sanità regionale che abbiamo costruito in questi anni, pubblica e universalistica, che cura chiunque senza chiedere quanti soldi ha in tasca, e allo straordinario impegno dei professionisti che vi lavorano e che non ringrazieremo mai abbastanza. Nell’ultima campagna elettorale, i miei avversari proponevano un modello diverso, che puntava a privatizzarne una larga parte. Legittimamente, ci mancherebbe. Ma guardando anche all’estero, la grande lezione che ci lascia questa pandemia è soprattutto l’importanza fondamentale di una forte sanità pubblica. Già adesso, quindi, sappiamo che ora il primo passo da fare è uno: investire di più nella sanità pubblica italiana, per potenziarla e rafforzarla”.

Il Covid-19 ha messo in luce le carenze di un sistema sanitario da troppi anni oggetto di tagli lineari. Come pensi si possa intervenire sul sistema socio-sanitario dei servizi per gli anziani, da una parte per estendere e rafforzare la domiciliarità, dall’altra per rendere le strutture residenziali più sicure e più in grado di rispondere a situazioni di emergenza?
“Parliamo delle persone più preziose, quelle in grado di tramandare saperi ed esperienze ai più giovani, che spesso svolgono una funzione educativa fondamentale verso i bambini, che i genitori per un tempo sempre maggiore affidano ai nonni, ma soprattutto di persone vitali, capaci di dare tanto a un mondo che cambia, in tutti i settori. Forse la parte centrale della nostra società. Si vive di più, per fortuna, e grazie ai progressi della medicina la qualità della vita può essere molto buona anche in età avanzata. È una conquista da difendere con cura e una potenzialità da sfruttare. Gli over 65 devono diventare sempre di più una risorsa e della loro importanza ci siamo accorti proprio in queste settimane di pandemia, quando improvvisamente sono diventati la categoria più a rischio di contagio. Noi da un lato vogliamo potenziare la medicina territoriale: le Case della Salute, affiancandosi al lavoro degli ospedali, sono già un punto di riferimento certo per il 60% dei cittadini e rappresentano il principale riferimento territoriale per medici di famiglia, specialisti e operatori dei Nuclei di Cure Primarie. Dall’altro, vogliamo ripensare il modello della rete di Cra e Rsa – che anche qui, come in tutto il mondo, hanno pagato un prezzo alto all’epidemia – in termini di sicurezza e tutela degli ospiti, anche aumentando la regia e il controllo pubblico”.

Il Piano Socio-Sanitario regionale è scaduto nel 2019, dopo essere stato rinnovato con molto ritardo nella scorsa legislatura. Pensi possa esserci un impegno straordinario della Regione per avviare il confronto e definire il nuovo Piano in tempi ravvicinati?
“Il Piano Socio-Sanitario 2017-19 ha rappresentato una novità molto significativa. Per la prima volta ha coinvolto, oltre alle parti sociali e le istituzioni, anche i cittadini, in un percorso con pochi paragoni in altre Regioni. Certamente non vogliamo disperdere quei risultati e siamo pronti a riannodare i fili del confronto. Dovevamo iniziare a marzo, poi l’emergenza virus ci ha costretto a rimandare. Però, compatibilmente con la situazione sanitaria, siamo pronti a ripartire e riprendere la strada comune. Ci siederemo tutti allo stesso tavolo per tracciare priorità, esigenze e criticità del sistema, anche alla luce delle conseguenze di questa drammatica pandemia”.

Tu sei presidente della conferenza Stato-Regioni. Ci sono state molte tensioni nel rapporto delle Regioni con il Governo ed è emerso in modo evidente il problema delle differenze tra i diversi sistemi regionali: Emilia-Romagna e Lombardia, innanzitutto. Ma anche lo storico ritardo delle grandi regioni del Sud. Come si colloca in questo contesto la discussione sulla autonomia differenziata?
“Metterci sempre l’uno contro l’altro funzionerà molto nei titoli dei giornali, ma non corrisponde alla realtà. Innanzitutto, non c’è stato nessun braccio di ferro con il Governo. Anzi, ringrazio il presidente Conte per l’ascolto e la collaborazione che ha sempre dimostrato nei nostri confronti. A volte abbiamo avuto idee diverse, mi sembra normale in un momento così drammatico, ma tutte le decisioni le abbiamo condivise. E anche tra noi Regioni ho letto una narrazione vera solo in parte. Pur con visioni diverse, legate alle esigenze dei singoli territori, abbiamo sempre tenuto una linea di unità. Non credo fosse scontato. Anzi, personalmente la reputo una bella pagina di politica: abbiamo cercato di dare risposte concrete, esattamente ciò di cui la gente ha necessità. La maggiore autonomia resta un tema sul tavolo, da affrontare a tempo debito. Continuo a ritenere la nostra proposta equa nel metodo e nel merito: non chiediamo un euro in più allo Stato, né va messa in discussione l’unità nazionale, per noi sacra. Io mi sento prima di tutto italiano. Ma siamo convinti che ci siano ambiti che possiamo gestire in modo più efficace qui. Non è un gioco politico, ma solo un modo per avvicinare l’istituzione al cittadino. Anche questa emergenza lo ha dimostrato: conoscere il territorio e aver agito tempestivamente, anche anticipando i provvedimenti nazionali, credo abbia portato a risultati concreti”.

Dopo il sisma del 2012, l’Emilia-Romagna ha saputo realizzare una ricostruzione per molti versi “esemplare”, partendo dalle Scuole, dalle strutture sanitarie, dalle strutture produttive… Come pensi si riuscirà a gestire la prossima, non meno impegnativa fase di “ricostruzione” post Covid-19 in una situazione di forte arretramento economico, di crescita della disoccupazione, di grandi difficoltà nel tessuto commerciale e turistico e, se così possiamo definirlo, di diffuso “smarrimento sociale” che rischia di mandare in crisi uno dei punti di forza delle nostre comunità?
“Quello con il terremoto del 2012 è un paragone che mi è tornato in mente spesso in queste settimane. Il sisma di otto anni fa causò 14 miliardi di danni e colpì una delle aree più avanzate della Regione, dove hanno sede il distretto biomedicale e quello della ceramica che sono eccellenze internazionali. Ebbene, prima dello scoppio della pandemia, il Pil di quelle terre aveva toccato numeri addirittura superiori a prima del 2012. Un risultato incredibile, figlio dell’impegno e dello spirito degli emiliano-romagnoli. Noi siamo gente che non si abbatte e non si lamenta. Di fronte alle difficoltà ci rimbocchiamo le maniche e lavoriamo fianco a fianco per superarle. Non raccontiamocela, ci aspettano tempi molto difficili. Le conseguenze della pandemia saranno pesantissime. Come Regione abbiamo già messo in campo misure di sostegno alle imprese e alle famiglie: parlo di fondi e accesso al credito, agevolazioni per l’affitto e il welfare, aiuto ai Comuni. Siamo in pressing per il pagamento della cassa integrazione in deroga e abbiamo previsto sgravi fiscali laddove fosse possibile. In campo c’è un piano di investimenti da 14 miliardi di euro: si tratta in gran parte di opere cantierabili da subito, che rappresentano respiro per le imprese e nuovi posti di lavoro. Sono convinto che la leva pubblica sarà decisiva per rilanciare l’economia, così come mi aspetto dal Governo misure tempestive e tanta, tanta liquidità. Al resto penserà la nostra gente. Di loro mi fido a occhi chiusi. Insieme ce la faremo, ne sono certo”.