Editoriale di Raffaele Atti, segretario generale Spi-Cgil Emilia-Romagna

Il risultato delle elezioni politiche del 25 settembre hanno rispettato le previsioni di una vittoria della destra resa più netta dalla legge elettorale. L’avanzamento della destra non ha il carattere di uno sfondamento nell’elettorato, e il risultato in percentuale è inferiore alle previsioni dei sondaggi attestandosi al 44%.
Ciò che ha permesso alla coalizione di centro destra di andare al voto unita pur in un contesto di fortissima competizione tra i partiti che la compongono e tra i loro leader, è la consapevolezza del blocco sociale di cui sono espressione e di ciò che lo tiene unito. Il cuore di quel blocco sociale sono il lavoro autonomo, la piccola impresa e la rendita (fondiaria, finanziaria e di posizione), saldati dalla difesa della “roba”, dalla avversione nei confronti delle regole, da una diffusa pratica di evasione fiscale, dal rifiuto sostanziale di quei vincoli di solidarietà sociale che la Costituzione chiede. La crisi (Covid e conseguenze della guerra) hanno sicuramente colpito molte attività autonome, mentre i (modesti) tentativi di riforma del Governo Draghi sono apparsi come minaccia alle rendite. La Meloni dall’opposizione ha saputo interpretare meglio questo disagio e queste preoccupazioni e mobilitarle. Infatti se l’impennata dell’astensione è il primo tratto evidente, le analisi del comportamento di voto dei gruppi sociali segnalano che tra i lavoratori autonomi l’astensione dal voto è stata stimata attorno al 26 % (dieci punti sotto la media) tra gli operai e i ceti più economicamente disagiati è stata vicina al 50%.
La redistribuzione di voti interna al centro destra è stata favorita dal riposizionamento di grandi organizzazioni sociali come la Coldiretti e Confcommercio. Un ruolo importante ha giocato il viatico del grande padronato italiano con i principali quotidiani del Paese che hanno spinto e guidato un continuo e sapiente “riposizionamento” del partito della Meloni sui temi internazionali per renderla “presentabile”.
È evidente quindi che il padronato italiano ha preferito correre il rischio di un drastico ridimensionamento dell’autorevolezza del Paese in ambito Europeo e internazionale, pur di trarre profitto dal liberismo estremo che la destra promette nei rapporti sociali.
Non c’è un ulteriore sfondamento della destra tra i lavoratori dipendenti, quello era già avvenuto progressivamente da molti anni e aveva un segno leghista che in parte si è mantenuto, e in parte è stato recuperato dal partito della Meloni.
Così come il repentino riposizionamento del Movimento 5 stelle sui temi sociali fa sì che il drastico ridimensionamento di consensi sia inferiore alle attese, ne accentua un profilo radicale e di opposizione ma non scioglie un’ambiguità di fondo in relazione alla sua identità.
Bisogna costatare che definire superate le categorie di destra e sinistra permette a Conte di rivendicare tutta la sua esperienza di Governo: reddito di cittadinanza, avvio della flat tax e decreti sicurezza con il Conte I, taglio dei parlamentari, superbonus e taglio delle tasse sul lavoro con il Conte II, senza rinnegare nulla.
Sbilanciato “sull’agenda Draghi” dall’accordo siglato con Calenda e da questi rinnegato con disinvoltura, il PD è apparso incapace di mostrare i tratti di discontinuità rispetto al Jobs Act pur presenti nel suo stesso programma (salario minimo tramite il sostegno della contrattazione, ripristino della causale sui contratti a termine, sostegno economico al lavoro povero) né di valorizzare i risultati dell’azione del Ministro del Lavoro, come la riforma degli ammortizzatori sociali, il rilancio del ruolo del servizio sociale dei Comuni, un primo finanziamento di livelli essenziali delle prestazioni sociali (compresi quelli per la non autosufficienza) dell’ultima legge di bilancio. E ha proposto un moderatismo che ha ridotto la lotta al precariato alla questione degli stage, la questione salariale al cuneo fiscale, e che non ha permesso nemmeno di usare la proposta sulla tassa di successione (la più liberale delle tasse) per sfidare sul terreno del “merito” il presunto riformismo liberale di Renzi e Calenda, perché collocata fuori da un disegno più ambizioso di lotta alle disuguaglianze.
I dati sull’astensionismo tra i lavoratori, e soprattutto tra quelli più poveri chiama in causa prepotentemente il tema dell’identità della sinistra e delle forze che ad essa si rifanno, della mancanza di un radicamento sociale in grado di renderla consapevole della materialità della condizione delle persone.
La Cgil, senza venire meno alla propria autonomia, non può non interrogarsi sul proprio ruolo nel rapporto con la politica. Sul contributo che può dare alla discussione aperta sul futuro della sinistra italiana e delle forze che vi si richiamano. Lo sviluppo dell’azione sindacale per il miglioramento della condizione dei lavoratori, la loro mobilitazione e l’esercizio del conflitto sono indispensabili per produrre spostamenti dei rapporti di forza, e possono perseguire successi e avanzamenti, ma solo la politica può tradurli in più profondi e duraturi mutamenti delle strutture sociali.
La sinistra può farlo solo se riesce a rinnovare la sua cultura per recuperare il senso della sua missione storica di emancipare le classi subalterne e renderle partecipi e protagoniste nelle decisioni necessarie ad affrontare le grandi sfide stanno di fronte a noi per la stessa sopravvivenza del pianeta.