Lo Spi di Bologna ha fatto incontrare i ragazzi di Castelmaggiore con chi ha vissuto (da cronista o da sindacalista) il processo Aemilia
di Giulia Gentile
A scuola di antimafia, e a contatto diretto con chi la mafia la combatte ogni giorno nei tribunali e come giornalista. Si è svolto lo scorso 17 luglio, nella storica sede della Camera del lavoro metropolitana di Bologna, l’incontro su “Il processo Aemilia alla ‘ndrangheta e il ruolo della Cgil nella lotta contro le mafie e per la legalità”. Un appuntamento che ha visto in prima fila fra gli organizzatori lo Spi-Cgil di Bologna, al fianco di Libera contro le mafie, e che ha permesso alle ragazze e ai ragazzi dell’Istituto Keynes di Castel Maggiore (Bo) – impegnati in un progetto di alternanza scuola/lavoro sulla legalità – di confrontarsi direttamente con i protagonisti “buoni” dell’inchiesta: il giornalista Paolo Bonacini, autore del libro “Le cento storie di Aemilia” che ha seguito da vicino le udienze del più clamoroso procedimento contro le ‘ndrine in Emilia-Romagna, e i rappresentanti della Cgil, ammessa a parte civile nel processo proprio perché il giudice ha riconosciuto la preziosa e costante azione del sindacato a contrasto dell’illegalità.
Grazie alla più grande operazione di polizia che ha scoperchiato lo sconcertante radicamento della ‘ndrangheta nel Nord Italia, sono stati chiesti 1700 anni di carcere nei confronti di 240 imputati. Ben 125 i soggetti già condannati nelle intricate ramificazioni del procedimento. Il processo di primo grado si è chiuso il 31 ottobre 2018 nell’aula bunker costruita appositamente nel Tribunale di Reggio Emilia. E alcuni tronconi del processo sono ancora in corso, con le prossime udienze fissate a dopo l’estate. Ma la prima operazione Aemilia era scattata nella notte fra il 28 e il 29 gennaio 2015, coinvolgendo oltre 200 militari fra Emilia-Romagna, Lombardia, Piemonte, Veneto, Calabria e Sicilia.
L’incontro con gli studenti della scuola superiore del Bolognese ha visto un confronto ricco di spunti fra i ragazzi e Bonacini, che proprio per la Cgil ha raccontato da cronista il processo. A moderare l’appuntamento Nadia Tolomelli (segreteria Spi-Cgil Bologna), mentre le conclusioni sono state affidate a Mirto Bassoli (segreteria Cgil Emilia-Romagna). Per Bonacini, l’importanza di iniziative come quella con le scuole sta nell’utilità di “guardare al di là dei singoli fatti oggetto delle udienze”. Perché ciò che emerge, ogni volta che si parla di mafie nelle regioni del nord, è l’incredulità di chi pensa ancora ai mafiosi come a caricature in coppola e lupara. Occorre, invece, “capire come la ‘ndrangheta si è radicata” ovunque, “e come ancora oggi sta lavorando”. Ancora, ragiona il cronista, “percepiamo la ‘ndrangheta, così come la camorra o Cosa nostra, come organizzazioni che mandano i ragazzini in motorino con il casco a freddare chi non paga il pizzo. Non è questa la dimensione della ‘ndrangheta emiliana, che opera in campo strettamente economico”.
Ma cosa c’entra il sindacato con la lotta alle infiltrazioni? “La Cgil è un’organizzazione basata sulla libera adesione di lavoratori e pensionati – sottolinea Tolomelli -. Se un lavoratore è sotto ricatto, se attraverso il sistema degli appalti al massimo ribasso vengono contratti i costi attraverso il non riconoscimento di diritti e contratti, se si risparmia sulla sicurezza (e si tratta di fenomeni spesso correlati alle infiltrazioni malavitose), non ci può essere il sindacato”. Senza dimenticare che se il sistema mafioso si afferma, “ragazzi e ragazze vengono depredati del futuro”. Un futuro che riguarda anche la nostra terra, come sottolinea Federica Addivinola, studentessa diciassettenne coinvolta nel progetto: perché “lavorare a Villa Celestina, bene confiscato alle mafie quasi nel centro di Bologna, ti fa toccare con mano la realtà che la criminalità organizzata è fra noi”. Proprio nella villa ai piedi dei Colli, zona della Bologna “bene”, si è svolto l’impegno manuale dei ragazzi, che – racconta Sara Barattini (di Libera) – “hanno sistemato il giardino e il cortile anche con murales”. Fondamentale “coinvolgere lo Spi e la Cgil”, dice ancora la giovane militante antimafia “che sono partner nazionali dei campi della legalità”. Per Maurizio Lunghi, segretario generale Cgil Bologna, è “utile socializzare tra le future generazioni l’esperienza che si è compiuta con il processo Aemilia, ed in particolare l’azione svolta dal nostro sindacato per costruire una società che sappia riconoscere e contrastare le logiche mafiose, a garanzia delle libertà democratiche e dei diritti dei lavoratori e dei cittadini”. La Cgil “ha scelto, attraverso le costituzioni di parte civile, di proseguire dentro le aule di Tribunale la stessa battaglia che conduce quotidianamente – sottolinea infine Bassoli nelle sue conclusioni -, nei luoghi di lavoro e nel territorio”. Ma nell’aula bunker “erano presenti oltre quaranta parti civili: segno di una comunità che ha voluto reagire”.